«Il Nobel per la pace ai bambini palestinesi»: salgono a migliaia le adesioni della società civile. Docenti, professionisti, sindaci e parlamentari, da Schlein a Bersani, ma anche tanta gente comune. Critica la Comunità ebraica milanese. Oltre 3.000 adesione in poche ore alla mail petizione.gaza@avvenire.it: cittadini comuni, sindaci, professori di scuola e di università, professionisti, sacerdoti e suore. L’iniziativa di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia a Napoli, “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza” ha avuto vasta risonanza anche nel mondo della politica. Si contano le adesioni della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiede di «non far cadere il silenzio su Gaza e sulla situazione drammatica dei minori», e tra gli altri di Peppe Provenzano, Pier Luigi Bersani, Ilenia Malavasi, Silvia Costa, degli europarlamentari Sandro Ruotolo e Matteo Ricci, che osserva: «È un gesto simbolico, ma serve a rompere il silenzio assordante che si è creato intorno alla questione palestinese». Sottoscrive anche Roberta Mori, coordinatrice nazionale delle donne democratiche. Ancora, si registra il “sì” degli ex ministri Livia Turco e Andrea Orlando, e di sindaci come Dario Veneroni (Vimodrone). Critico sull’iniziativa, invece, il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «Anche io piango per i bambini palestinesi vittime di questo terribile confitto. Ma tracciare una linea di demarcazione sulla sofferenza dei più piccoli è pericoloso. Un’iniziativa come questa cancella i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele. È un’apartheid morale». (“Avvenire” – Antonella Mariani)
Una delle immagini che la Apple ha scelto per pubblicizzare i suoi smartphones mostra in primo piano un bambino piccolo che ne tiene in mano uno, sorridendo. Le sue mani sono sporche di pappa e il messaggio che accompagna tale immagine è: «Tutto ok, è iPhone». La campagna è internazionale e lo slogan originale in inglese suona così: «Relax, It is iPhone». Nelle intenzioni del pubblicitario, l’immagine avrebbe dovuto servire a far comprendere che nessuno può danneggiare un iPhone, nemmeno un quasi neonato maldestro con le mani sporche di pappa. L’emozione che il pubblicitario intendeva evocare era “compassione”: non verso il bambino, ma verso lo strumento digitale. Il pubblicitario avrebbe voluto dire con la sua immagine al suo “spettatore tipo”: «Lo so che temi che quel bambino con quelle mani sporche di pappa danneggi lo strumento tanto prezioso, magari facendolo pure cadere a terra». La preoccupazione dello spettatore avrebbe dovuto essere sollecitata dal rischio di danno e caduta dello smartphone, con le rilevanti conseguenze economiche da sostenere per la sua riparazione o sostituzione. Invece è accaduta una cosa strana, perché un mondo vastissimo, composto di genitori, educatori, ma anche tanti adulti comuni, vedendo quell’immagine si è sentita provocata, offesa, sfidata. Perché non ha provato compassione per lo smartphone, ma per il bambino che lo tiene tra le mani. Tanto che in Italia in questi giorni questa immagine pubblicitaria si sta rivelando un clamoroso autogol per l’azienda che l’ha promossa. (“Avvenire” – Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, Dipartimento scienze biomediche per la salute dell’Università studi di Milano)
Sui bambini si scatenano le contraddizioni della nostra società: dopo essere massacrati con la guerra e con tutte le ingiustizie di questo mondo vengono utilizzati, in un crescendo rossiniano di ipocrisia, per sensibilizzare la gente sui problemi drammatici del mondo stesso con tanto di disquisizioni etico-politiche (un escamotage in buona fede più per mettere a tacere le coscienze anziché scuoterle e interrogarle), vengono messi su una sorta di graticola consumistica dalle organizzazioni umanitarie impegnate in loro soccorso (per strappare beneficenze abbastanza fini a se stesse con iniziative dal discutibile bilancio costi-benefici) e persino vergognosamente strumentalizzati tout court a profani fini pubblicitari (la pubblicità è l’anima della società).
Tutti cani che si mordono la coda: situazioni che si ripetono senza fine e rappresentano un cerchio chiuso, un problema che crea se stesso. Non si arriva mai a una soluzione.
La più nitida e spietata delle fotografie l’ha scattata papa Francesco: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia».
La frase “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie” è una celebre citazione del filosofo Michel de Montaigne. Esprime un concetto fondamentale: per l’infanzia il gioco non è un passatempo vuoto, ma il modo principale per capire il mondo, elaborare le emozioni e crescere. Ebbene, come ha raccontato il cardinale Pizzaballa, nella striscia di Gaza i bambini giocano coi topi provenienti dalla spazzatura in cui sono costretti a sopravvivere.
Forse sarebbe meglio tacere e riflettere, perché ogni tentativo di denuncia rischia di diventare demagogico, ogni “buona azione” rischia di essere una presa in giro, ogni medaglia etica ha il suo rovescio amorale, ogni iniziativa umanitaria rischia di perdersi nel mare dell’ipocrisia, ogni sguardo critico diventa sterile esercizio sentimentaloide.
Ognuno nel suo piccolo faccia fino in fondo il proprio dovere a tutti i livelli, senza voler strafare perché si peggiorerebbe la situazione. «Quello che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe qualcosa». Questa è la celebre frase di Madre Teresa di Calcutta.
Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva non tanto per mettere a tacere la sua coscienza, ma per mettere fine ai pietismi etici e politici di maniera, che non servono a nulla e vanno molto di moda.
