I media americani e di tutto il mondo si chiedono se il partito democratico statunitense potrà mettere un argine elettorale e conseguentemente istituzionale allo strapotere di Donald Trump. Sono molto scettico al riguardo: troppa confusione per riuscire a ragionare, il popolo americano si è completamente rincretinito al punto da non riuscire più nemmeno a controllare il proprio portafoglio.
Trump supererà in qualche modo la prova elettorale di mid term, sono altre le prove del fuoco a cui si dovrà sottomettere ed a cui dovrà presumibilmente soccombere: la guerra tiepida con la Cina, l’insostenibile conto da pagare ai poteri forti della tecno-democrazia (Musk e c.), della scienza (che lo vuol tutorizzare come un demente in balia della politica) e del militarismo palese (esercito) e sotterraneo (servizi segreti), il progressivo isolamento a livello geopolitico, la dipendenza dal governo israeliano (Trump sta a Mussolini come Netanyahu sta a Hitler o viceversa).
Il fumo illusionistico della coesistenza pacifica con la Russia è rapidamente sparito e, a distanza di un anno, si registra come, anche su questo piano che prometteva una rapida conclusione della guerra tra Russia e Ucraina, le balle di Trump stiano in poco posto.
Lo “spirito di Anchorage”, dal nome della base militare che ospitò il vertice tra i due presidenti il 15 agosto 2025, è ben presto evaporato. A Washington e Mosca prevale ora la mancanza di fiducia reciproca su tutti i fronti, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico. Persino l’accordo bilaterale sul nucleare è stato archiviato. Per mesi i funzionari russi lo hanno chiamato «lo spirito di Anchorage»: un presunto clima di distensione e di dialogo ritrovato con Washington. Un anno dopo il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, di quell’atmosfera non c’è più traccia. L’Ucraina resta il principale terreno di scontro, ma il raffreddamento tocca l’intero rapporto bilaterale: i negoziati sono fermi su tutti i fronti di cooperazione bilaterale, le aspettative suscitate dal summit si sono dissolte e il linguaggio diplomatico è tornato a irrigidirsi. Il chiodo finale nella bara lo ha conficcato in questi giorni lo stesso capo del Cremlino: «Ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo», ha ammesso. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)
Trump, come tutti i dittatori, imploderà: nessuno avrà l’ardire di ucciderlo fisicamente, lo addomesticheranno e lo domeranno come si fa nel circo. Chi si sarà sbilanciato troppo a suo favore la pagherà cara. Forse il delirio di onnipotenza sta cominciando ad esprimersi.
“A pensar male si fa peccato ma certe volte ci si azzecca”, così si esprimeva alcuni decenni anni fa colui che veniva considerato un Vecchio Saggio o un Grande Vecchio (la seconda definizione aveva finalità negative) della politica italiana, ovvero Giulio Andreotti. La vicenda dell’invasione massiccia dell’enclave spagnola di Ceuta all’interno del Marocco da parte di decine di migliaia di migranti marocchini, algerini, e di chissà quanti altri Paesi africani, sembra proprio una di quelle vicende che richiama il vecchio adagio andreottiano, delineando una possibile azione ibrida USA-Israele con bassa manovalanza marocchina contro una Spagna troppo riottosa e indipendente. (insideover – Marco Carnelos)
Non so se in questa ipotesi ci sia della verità, di una cosa sono certo: c’è una notevole assonanza in materia migratoria fra la mentalità e la politica trumpiane e quelle di parecchi Stati europei, in primis l’Italia al di là dei ridicoli e strumentali bisticci, molto stucchevoli e poco diplomatici. Quindi su Trump e Netanyahu ci sta benissimo l’utilizzo del fenomeno migratorio come arma antieuropea e come pretesto per soffiare sul fuoco delle divisioni in ambito Ue.
Il mondo, come direbbe mio padre, sta diventando “al pisatòri ‘d Trump”. Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».
Mi permetto di ipotizzare per Trump una simile parabola. Quando il cesso del mondo imploderà sarà una gara durissima ripulirsi e fare finta di niente: la puzza si sentirà nei secoli dei secoli. Amen.
