La “maranzizzazione” dei minori

Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione.

Il governo adotta tutt’altro stile per l’analisi e la soluzione dei problemi della devianza minorile, parte dalla fine, dalla punizione, in poche parole dalla galera rendendola più agibile. Serve a deresponsabilizzare un po’ tutti e ad illudere che gli straripamenti dei fiumi si possano bloccare a valle, come direbbe mio padre, “con j èrzon äd cärta suganta”. E allora ecco spuntare l’idea di rendere penalmente responsabili i minori dai 14 ai 18 anni invertendo l’onere della prova quanto alla capacità di intendere o di volere. Posso essere schietto? Una cazzata demenziale dal punto di vista giuridico, l’ormai solito attacco alla Costituzione, una vera e propria pericolosissima baggianata culturale. Cedo la parola ad un autorevole personaggio e mi taccio.

Da giovedì sera, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla giustizia minorile, Claudio Cottatellucci ha letto e riletto il testo parola per parola. Poi è ripartito daccapo, Costituzione e giurisprudenza alla mano. Il presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, d’altronde, non è abituato a fermarsi né agli annunci politici né alle critiche per presa posizione. La conclusione a cui è arrivato alla fine, in ogni caso, è molto severa: la riforma, insieme agli altri interventi degli ultimi anni – dal decreto Caivano alla proposta di legge Fascina che punta ad abbassare a 13 anni l’età dell’imputabilità ferma alla Camera – mette mano ai principi fondanti della giustizia minorile italiana e, secondo lui, apre interrogativi che riguardano gli stessi architravi costituzionali del sistema. «Non riesco a vedere quale problema concreto risolva» dice. «Mi è invece molto chiara la logica culturale che la ispira».

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Questa norma rischia di produrre un’eterogenesi dei fini. L’osservazione della personalità non serve soltanto ad accertare l’imputabilità: serve, quando la responsabilità penale viene riconosciuta, a costruire una pena conforme all’articolo 27 della Costituzione, cioè realmente rieducativa. Per capire come recuperare un ragazzo bisogna prima conoscerlo. Da qui nasce la messa alla prova, che è il vero cardine del processo penale minorile. La logica che invece vedo affermarsi è diversa: un’assimilazione culturale del minorenne al maggiorenne, con una concezione della pena sempre più standardizzata e retributiva. Conta il reato, non la persona. Ma così si depotenzia proprio quella funzione di recupero che è il fondamento della giustizia minorile. C’è poi un altro aspetto che mi colpisce: questa riforma è stata continuamente associata agli episodi di cronaca che hanno per protagonisti i cosiddetti “maranza”. Ma io continuo a chiedermi: che cosa c’entra? Forse che l’osservazione della personalità diventa meno importante quando il ragazzo non è cittadino italiano? Qui non stiamo parlando di diritti del cittadino, ma di diritti della persona. L’articolo 2 della Costituzione non conosce confini fondati sulla cittadinanza. Per questo trovo molto pericolose scorciatoie che finiscono per segmentare il diritto su base etnica. Il messaggio di fondo è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso che lo porti a comprendere davvero il disvalore di ciò che ha fatto. È questo il cuore della giustizia minorile. Ed è proprio questo che, dal decreto Caivano in avanti, vedo progressivamente messo in discussione. (Intervista rilasciata ad “Avvenire”)