«La corsa agli armamenti non se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium) risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come
Fi fa un gran parlare, in sede politica nazionale ed internazionale, dell’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL, che comporterebbe un esborso aggiuntivo stimato fino a 400-700 miliardi di euro in dieci anni. Questo obiettivo è stato discusso in ambito NATO, sollevando accesi dibattiti politici e preoccupazioni per possibili tagli a sanità, scuola e pensioni.
Raggiungere la soglia del 5% del PIL si traduce in decine di miliardi di euro aggiuntivi ogni anno per la difesa. Di questi, circa il 3,5% sarebbe destinato all’acquisto di armamenti e mezzi, mentre la quota restante coprirebbe infrastrutture e altri asset.
Le principali associazioni pacifiste, tra cui la Rete Pace e Disarmo, e diverse forze politiche hanno espresso netta contrarietà. Il timore è che cifre così imponenti possano sottrarre risorse cruciali al welfare, ai servizi sociali e alla transizione ecologica.
Le forze politiche che appoggiano il governo di centro-destra, ma purtroppo anche quelle di opposizione, non hanno il coraggio di affrontare il problema di petto, ma ci girano attorno, affrontandone solo gli aspetti finanziari.
Faccio un banale esempio per rendere l’idea. In una famiglia si decide di investire grandi risorse per dotare la propria abitazione di strutture atte a trasformarla in un vero e proprio impenetrabile bunker: come trovare queste risorse? Non esiste alternativa: o si rinuncia a questi velleitari progetti faraonici o si prevede di abbassare il livello di vita famigliare rinunciando a spese non solo voluttuarie ma anche necessarie. Il pierino di turno pensa di risolvere il problema andando a prestito da amici, conoscenti e soggetti terzi e diluendo le spese in più anni, dimenticando che i prestiti vanno rimborsati e su di essi si pagano gli interessi.
L’Italia, in un vergognoso rimpallo di responsabilità fra governo e parlamento, si sta comportando più o meno così: spera nella buona stella di entrate fiscali in aumento, che la UE dia il permesso di sforare i bilanci e offra fondi a buone condizioni, che la Nato si accontenti di un piano pluriennale di spese militari.
E i sacrifici? Di quelli parleremo prossimamente, possibilmente dopo le elezioni politiche. Adesso preoccupiamoci di ripristinare a suon di impegni militari il filo con l’amministrazione Trump (qualche scambio di carinerie al vertice), poi strapperemo qualche concessione alla Ue (confidando che se Roma piange, Bonn, Parigi, etc. non ridono), poi qualcuno pagherà…
Quindi Chi Paga il Conto Finale? La risposta è chiara: i cittadini italiani ed i pensionati.
Non si tratta solo di nuove tasse dirette, ma di un trasferimento implicito di risorse dai servizi essenziali che garantiscono il benessere e il futuro della collettività verso il settore della difesa.
Le famiglie si troveranno a fronteggiare: meno servizi pubblici, una sanità più debole, scuole meno attrezzate e un sistema pensionistico insufficiente.
Avremmo una maggiore pressione fiscale: Diretta (se si aumentano le tasse) o indiretta (se i servizi peggiorano e si è costretti a ricorrere al privato).
Un aumento delle disuguaglianze crescenti. Chi può permettersi di integrare i servizi pubblici con quelli privati sarà avvantaggiato, mentre le fasce più deboli della popolazione saranno penalizzate.
La stessa agenzia S&P ha lanciato l’allarme, avvertendo che un fragoroso aumento della spesa militare in Europa rischia un “boomerang politico” se i governi non sapranno mediare tra sicurezza e coesione sociale.
Un mancato consenso popolare e i tagli a sanità, istruzione e welfare possono aprire spazi per l’ascesa di populismi e malcontento. Il rischio è che l’Italia, e l’Europa in generale, sacrifichino il futuro del proprio welfare per una corsa agli armamenti che, secondo molti, lungi dall’avvicinare automaticamente la pace e la sicurezza, rischia di avere effetti ben diversi da quelli presentati.
Un riarmo massiccio da parte di un paese può essere percepito come una minaccia da altri Stati, innescando una corsa agli armamenti e aumentando la probabilità di conflitti, anziché dissuaderli. La “sicurezza” intesa solo come capacità militare può portare a una percezione di insicurezza reciproca.
Un’enorme spesa militare favorisce l’industria della difesa e i suoi lobbisti, che potrebbero avere un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche, orientando le scelte verso ulteriori investimenti in armamenti, anche quando non strettamente necessari per la sicurezza.
Porterebbe il Paese ad una percezione di “Stato di guerra” anziché “Stato sociale”: Spostare una quota così ampia del PIL verso la difesa può alterare la percezione delle priorità nazionali, suggerendo una mentalità orientata al conflitto anziché al progresso civile e alla cooperazione internazionale.
La vera sicurezza include non solo la difesa militare, ma anche la sicurezza economica, alimentare, sanitaria, climatica e sociale. Un focus eccessivo sulla spesa militare può portare a trascurare queste dimensioni fondamentali della sicurezza, rendendo la società più vulnerabile
Un aumento così marcato può veicolare l’idea che i problemi complessi abbiano soluzioni militari, sottovalutando l’importanza della diplomazia, della prevenzione dei conflitti, dello sviluppo e della cooperazione multilaterale come strumenti per la pace e la stabilità.
In sintesi, la decisione di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, viene presentata come una necessità geopolitica di sicurezza, in realtà implicherebbe un profondo riordino delle priorità nazionali. Senza una crescita economica straordinaria e sostenuta, il finanziamento di tali ambizioni militari ricadrebbe in modo significativo sulle spalle dei cittadini, riducendo la qualità e la disponibilità di servizi pubblici fondamentali e mettendo a rischio il modello di stato sociale costruito nel dopoguerra. (Ferdinando Colleoni, Segretario Spi Cgil di Mantova)
Possibile che la sinistra, a livello italiano ed europeo non riesca a interpretare e rappresentare una valida alternativa al bellicismo imperante, alla narrazione politica fuorviante, al destino egoistico e guerrafondaio che ci attanaglia?
La riscossa della sinistra deve necessariamente partire dalla contestazione della difesa comune intesa come riarmo, dell’assetto europeo e atlantico visto come variabile indipendente dalla politica, della democrazia vissuta come incidentale orpello alla globalizzazione della guerra.
«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». (papa Leone XIV)
