“Mi ha implorato di fare una foto, mi ha fatto pena”. Con queste parole si apre una nuova e ulteriore spaccatura tra Stati Uniti e Italia, un tempo ottimi alleati e oggi, alla luce soprattutto delle ultime dichiarazioni offensive del presidente Donald Trump contro la premier Giorgia Meloni, appaiono sempre più distanti. Una frattura, come osserva il giornalista e scrittore statunitense Alan Friedman, che proseguirà almeno fino alla fine del mandato presidenziale del tycoon, nel gennaio del 2029.
È il punto più basso delle relazioni tra Stati Uniti e Italia?
“È una crisi diplomatica. Più che il momento più basso, è il momento in cui gli italiani aprono gli occhi, vedono gli Stati Uniti di Trump per quello che sono, capiscono che il presidente americano non è un amico dell’Europa e che se ne frega di Meloni, Macron o Starmer. Con le sue parole Trump ha offeso sia l’onore del presidente del Consiglio che di tutto il Paese, e ci tengo a esprimere la mia solidarietà a Giorgia Meloni”.
Il punto zero della rottura è la mancata autorizzazione all’uso delle basi italiane per le operazioni militari americane legate al conflitto in Iran.
“Trump è rimasto molto male del diniego, così come per quelli della Spagna, della Svizzera e del Regno Unito. E questo spiega perché nei prossimi mesi, temo, il Pentagono decida di ritirare le truppe americane dall’Europa, smantellando di fatto la Nato con un disimpegno importante. Voglio essere chiaro su questo aspetto: gli Stati Uniti non sono più un alleato; l’Europa è sola, attaccata commercialmente da Washington e Pechino e con la Russia che fa la guerra in Ucraina. Bruxelles non si può fidare del presidente statunitense”.
I rapporti si potranno ricucire con gli Stati Uniti in futuro?
“Fino alla fine del mandato di Donald Trump, ovvero gennaio 2029, l’Italia non ha un amico alla Casa Bianca. Dopodiché i due Paesi potranno tornare amici a livello governativo, fermo restando che tra i due popoli non ci sono problemi: gli americani amano gli italiani. Il problema è che a Washington c’è un presidente che ogni giorno fa il bullo con qualcuno e insulta qualcun altro. Adesso è toccato a Giorgia Meloni, ma domani sarà la volta di Emmanuel Macron e poi di Keir Starmer. Questo è il mondo secondo Donald Trump: insulti e cafoneria”.
Con il presidente statunitense è anche difficile replicare: il rischio di ritorsioni o vendette è sempre dietro l’angolo…
“Assolutamente sì, anzi penso che Trump causerà nei prossimi anni ancora svariate catastrofi a livello internazionale. Il presidente americano sembra trovarsi in una fase disperata: è consapevole che perderà le elezioni di Midterm, i leader europei non sono più succubi e a Versailles Trump ha firmato una resa de facto con Teheran, mascherata come un accordo. Ma più la situazione è disperata e più lui attaccherà con rabbia, sia internamente – penso alle operazioni squadriste anti immigrazione dell’Ice – sia esternamente, con l’Europa che può essere ancora bersaglio di Donald Trump, se quest’ultimo non verrà rimosso anticipatamente con l’impeachment”.
Non un quadro edificante.
“Bisogna considerare la politica estera americana come un anziano con la sindrome di Alzheimer che ogni tanto scoppia con la rabbia e attacca i membri della famiglia”
(“Quotidiano Nazionale” – intervista di Lorenzo Mantiglioni ad Alan Friedman)
Il quadro della schizofrenica politica trumpiana è completo e inquietante e tale da costringere anche i più riottosi a prenderne atto. Però c’è un famoso detto parmigiano da tenere presente: “Tutt i mat i gan la sò virtù”. Se la virtù di Trump fosse quella di scoprire col proprio nulla il nulla di Giorgia Meloni e dei suoi colleghi europei? E se gli italiani fossero indirettamente invitati ad aprire gli occhi anche sulla loro a dir poco inadeguata premier per scoprire finalmente, usando gustose espressione dialettali, che la Meloni l’é “niént pighè in t’na cärta” oppure che “da lè a niént da sén’na…”. Forse non c’era bisogno che ce lo spiegasse Trump, ma tant’è…
Il mio amico Pino mi ha inviato il seguente impietoso ma realistico messaggio: “Adesso mi domando cosa studierà la stronzetta per rilanciarsi a livello nazionale ed europeo. Anzitutto cercherà di spostare l’attenzione mediatica…poi? La regina è nuda…tutta l’apparenza (costruita meticolosamente) di grande statista è crollata e la foto simbolo è quella di lei seduta al G7 di fianco a Trump in atteggiamento servile e supplichevole. Le parole ingannano…le foto simbolo non mentono e soprattutto rimangono impresse…”.
In questi giorni di immagine ne sta girando un’altra: Giorgia Meloni col dito alzato verso Trump…potrebbe sembrare in tono di velleitario rimprovero: si dice che sarebbe questo l’atteggiamento, a dir poco, fastidioso per il presidente americano, il quale avrebbe reagito a posteriori con un probabile “ma come si permette questa stronzetta, che fino a ieri era pronta a leccarmi il culo…”.
Comunque siano andate le cose al G7, assieme all’immagine del bullo americano esce anche quella di una capa di governo sola, perduta e abbandonata, che non può più rivolgersi al suo strafottente campione-padrino d’oltreoceano né ai suoi cortesi (?) interlocutori-concorrenti al di qua dell’oceano, che ha strumentalmente sacrificato l’europeismo sull’altare dell’atlantismo, che si è spacciata per donna forte ma traballante di fronte al primo stormir di fronde fasciste, che spaccia per emancipazione femminile la sua arroganza tutta maschile, che non sa difendersi nella sostanza ma attacca tutti nella forma, che col suo comportamento celebra indirettamente Silvio Berlusconi il quale le ha appiccicato una sfilza di aggettivi, “supponente, prepotente, arrogante e ridicola”, molto difficili da togliersi di dosso.
In fin dei conti Berlusconi e Trump battono pari, non solo sul giudizio verso Giorgia Meloni. La difesa meloniana anti-trumpiana, vale a dire “io e l’Italia non imploriamo mai” (De Gasperi seppe dignitosamente implorare comprensione ed aiuto dopo la disfatta della seconda guerra mondiale), assomiglia molto a quella anti-berlusconiana, vale a dire “non sono ricattabile” (ricattabile forse no anche se è presto per esserne certi, insopportabile sì).
Zelensky, quando fu bacchettato e bullizzato da Trump in uno storico incontro alla Casa Bianca, ne guadagnò in simpatia e solidarietà a livello popolare; Giorgia Meloni dallo storico G7 di Evian è uscita cornuta e mazziata da Trump, e fin qui potrebbe scattare la simpatia che si riserva generalmente ai deboli maltrattati dai forti, senonché la nostra premier non è nemmeno capace di enfatizzare strumentalmente la propria debolezza (dov’è la sua tanto decantata furbizia?), è sprovvista della dignità dei deboli e vuol essere, senza esserlo, forte a tutti i costi, non ha il buongusto di fermarsi ed ammettere difetti ed errori (“Chi si ferma è perduto”…).
