Il neofascismo c’è e Vannacci lo stuzzica

È singolare presentare un nuovo partito politico recitando la preghiera di un corpo militare, perché in democrazia non si dovrebbe andare alla politica come alla guerra. Ancora più singolare, per un movimento nazionalista, recitare la preghiera dei paracadutisti di un altro Paese, la Francia, per altro protagonisti nel 1957 di un’operazione storicamente quanto meno discussa, come la Battaglia di Algeri. Ma la provocazione è chiaramente voluta. A guardare bene, tuttavia, l’originalità dell’esordio ufficiale di Futuro nazionale si limita a questo. Perché in assenza, per ora, di un programma politico, quanto detto ieri all’Auditorium Conciliazione di Roma è già stato molto ascoltato, negli anni. «L’Italia agli italiani», per esempio, è lo slogan dell’estrema destra per eccellenza. E l’elenco dei giornalisti da mettere idealmente alla gogna lo faceva già Beppe Grillo sul suo blog nel 2014. Così come la parte “guardate quante volte in Europa Forza Italia ha votato insieme alla sinistra” è un esercizio che assomiglia tanto al tormentone “Pdl e Pd-meno-elle” del Movimento 5 stelle delle origini. Mentre l’accusa a Meloni di essere pro-Draghi è la stessa che Meloni rivolgeva a tutti gli altri fino a 4 anni fa. Infine il compiacimento di chi si sente non conforme: «Siamo la feccia e siamo orgogliosi di esserlo […] Siamo i figli di nessuno». Già sentita anche questa, magari con altre parole, dai diciannovisti originali fino a quelli “del terzo millennio”. E se è vero che “Figli di nessuno” è un canto dei paracadutisti (italiani), così si chiamavano anche alcune squadre d’azione comuniste di Genova negli anni ‘20 del 1900. Tra i tanti inconvenienti del populismo c’è anche che è davvero difficile inventarsi qualcosa di nuovo. (“Avvenire” – Danilo Paolini)

L’iniziale istintiva reazione all’esordio politico del movimento fondato da Roberto Vannacci è a metà strada fra un “chissenefrega” e un “li Vannacci tua”, motivata dalla gravità della situazione che stiamo vivendo e in cui “Futuro nazionale” appare a prima vista come una sorta di comica finale, assurda o grottesca, utile a sdrammatizzare e a risollevare il morale della gente.

Poi subentra il timore di dare troppa importanza ad un’iniziativa politica estemporanea per la quale dovrebbe valere il proverbio “un bel tacer non fu mai scritto”: il silenzio infatti è spesso la risposta più saggia verso insidiose ed equivoche provocazioni.

Volendo invece dare una sbrigativa e per certi versi presuntuosa occhiata a questo nascituro partito, si ricade nel dejà vu o nel vuoto pneumatico di una formazione politica improvvisata, senza storia e senza cultura, un qualcosa destinato a durare l’espace d’un matin nonostante i consensi raccolti e risultanti dai sondaggi.

Tutti approcci ammissibili anche se troppo relativi e parziali. La materia fascista (di questo in fin dei conti si tratta) va affrontata con estrema cautela e responsabilità. Certe insane nostalgie non sono fini a loro stesse, comportano rischi e quindi vanno fronteggiate come sintomi di malattie ben più gravi e profonde: il neofascismo è sempre in agguato, i virus cambiano attraverso mutazioni casuali nel loro materiale genetico durante la replicazione. La maggior parte di queste modifiche è ininfluente o svantaggiosa per il virus stesso, ma alcune gli conferiscono un vantaggio evolutivo, rendendolo più trasmissibile o capace di eludere le difese immunitarie. E allora bisogna rafforzare le difese con forti iniezioni di ideali, rispolverando vigorosamente i valori contenuti nella Resistenza e nella Costituzione.

Le mutazioni possono essere esteriori e facilmente percepibili, come nel caso di Futuro nazionale oppure profonde e difficilmente riscontrabili in modo diretto e immediato, come nel caso dei risorgenti nazionalismi, razzismi e bellicismi. Le une sono collegate alle altre in un mix subdolamente pericoloso. Non vanno sottovalutate le manifestazioni primarie quale inesorabile anche se riduttivo preludio a quelle secondarie di sistema.

L’impatto virale si manifesta anche a livello del sistema partitico: a destra come ulteriore perniciosa tentazione estremistica e come rissa da cortile neofascista, a sinistra come induzione alla comoda strumentalizzazione (l’utilizzazione in senso allarmistico e squalificante contro l’avversario) più che alla impegnativa battaglia ideale di cui sopra.

La destra non riesce a nascondere i suoi imbarazzi anche se con ogni probabilità il tutto potrebbe esaurirsi con un patto elettorale di puro potere con tanti saluti ai discorsi ideologici: la Lega si è allevata una serpe in seno, vede rimesso in discussione il salviniano snaturante progetto destrorso e nazionalista e teme di pagare un prezzo elettorale molto elevato se non addirittura esistenziale; Giorgia Meloni si vede espropriata del proprio orticello neofascista e teme un rompiscatole per i suoi già difficili progetti governativi; Forza Italia  farà molta fatica a trovare un modus vivendi con Futuro nazionale; dovranno tutti turarsi il naso pur di battere la sinistra.

Credo tuttavia che il bacino elettorale di Vannacci non si esaurisca nel consolidato elettorato del centro-destra, ma possa puntare al qualunquismo in cerca di una nuova collocazione.

La sinistra non si illuda di avvantaggiarsi più di tanto dal vannaccismo: il tanto peggio in casa della destra non significa automaticamente il meglio per la sinistra, ma probabilmente un ulteriore colpo negativo per la politica italiana nel suo complesso. Della serie fischiate i tenori del campo largo? Sentirete i baritoni della destra! Con il pubblico che fischia tutto e tutti senza distinzioni.

È certo che, come per tutte le malattie, anche per il neofascismo la miglior cura sia la prevenzione, consistente nel funzionamento di una sana e sostanziosa democrazia partecipata. E le misure difensive particolari, spontanee e contingenti?

Non si placano le polemiche sul “patentino antifascista” necessario per partecipare a Più libri Più liberi, la fiera della piccola e media editoria in programma a dicembre alla Nuvola dell’Eur. Domenica l’iniziativa è stata attaccata dalla premier Giorgia Meloni che via social ha scritto: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura», annunciando «un ulteriore attento approfondimento». Accuse respinte dalla Fiera, che in una nota scrive: «La decisione di chiedere ai partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali, democratici e inderogabili non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera». (“Avvenire” – Redazione romana)

Non vedo censure in agguato, non vedo perché possa dare fastidio una simile misura protettiva. Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “ Sit bon ad  guidar”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”. Siamo in presenza di piccole ma non banali iniziative volte alla presa di coscienza e di responsabilità, propria ed altrui.

In conclusione bisogna fare sempre riferimento alla Resistenza (nel cuore e nel cervello), alla Costituzione (tenendola a portata di mano e di governo), alla democrazia repubblicana (quale scelta politica continuativa): tutti aspetti di una fondamentale scelta di campo imprescindibile e indiscutibile. Sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole semplicisticamente voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria e con le nostalgie di fatto e di diritto occorre stare molto e poi molto attenti, perché, come diceva mio padre, “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.