Insomma, aveva ragione la premier (e non soltanto lei, nella squadra di Governo) a dire che il risultato del referendum sulla riforma della giustizia non poteva essere interpretato come un verdetto politico sull’operato dell’esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. A Venezia, per esempio, vinse il No con una percentuale perfino superiore alla media nazionale. Mentre a Reggio Calabria, in controtendenza con il resto della regione, prevalse il Sì, ma di strettissima misura. Segno che quando gli elettori devono decidere a chi affidare la realtà amministrativa più vicina, il Comune appunto, fanno scelte e ragionamenti diversi. (“Avvenire” – Danilo Paolini)
Questa è la prima considerazione che viene fatta all’indomani della tornata elettorale amministrativa. Sono d’accordo sul fatto che gli elettori a livello comunale facciano scelte basate su criteri diversi, vale a dire sulla congruità amministrativa dei candidati e non sui massimi sistemi della politica. Attenzione però, se non vale la semplicistica connessione tra referendum sulla Costituzione e voto amministrativo, non vale nemmeno quella tra voto amministrativo e giudizio sul governo. Forse i veneziani hanno preso per buono Simone Venturini ma non per questo hanno automaticamente assolto e approvato l’operato politico di chi lo ha proposto. Sarebbe comodo per qualsiasi premier in carica nascondersi dietro il pedigree di un candidato sindaco. Non sarei quindi così convinto che i veneziani e i calabresi abbiano firmato una cambiale in bianco a Giorgia Meloni superando le sue responsabilità e i conseguenti giudizi a suo carico.
Così come non capisco la frettolosa strumentalizzazione di questo voto a livello di futura legge elettorale.
Da non sottovalutare è la tentazione che a questo punto potrebbe presentarsi al centrodestra: quella di forzare la mano sulla riforma della legge elettorale, pensando (come per altro è già successo in passato anche a coalizioni di segno opposto) di poter elaborare un sistema che le assicuri la vittoria alle elezioni politiche del 2027. Tentazione da evitare. Intanto perché in genere non è andata bene a chi ha provato a farlo. E poi perché si rischia di fare pasticci, anche grandi, a livello costituzionale e di buon senso. L’esperienza insegna. L’Italia non è un Comune, alle politiche non si vota per eleggere un sindaco ma un Parlamento, perché fino a prova contraria restiamo una democrazia parlamentare. Il presidente del Consiglio lo sceglie il capo dello Stato, certo in base alle indicazioni uscite dalle urne. Ma il principio del “chi vince piglia tutto” non è un’opzione. Occorre conciliare rappresentanza e governabilità. Perciò, se riforma elettorale deve essere, le due principali coalizioni dovrebbero cercare seriamente il più ampio consenso possibile, abbandonando per una volta slogan e tatticismi. (ancora “Avvenire” – Danilo Paolini)
Mi sembra eccessivo vedere nei recentissimi risultati elettorali amministrativi una spinta a varare una legge elettorale iper-maggioritaria, una sorta di subliminale avallo al premierato in chiave meloniana. Semmai gli elettori hanno espresso la volontà di scegliere a ragion veduta e non a scatola chiusa. Attenzione pertanto a non trasformare un peraltro tiepido e relativo placet amministrativo in una spinta pseudo-costituzionale a intraprendere un subdolo cammino verso una repubblica presidenziale o comunque verso un Parlamento di scelti dall’alto su maggioranze precostituite e privi di legami conquistati a livello di base. Non sono fra gli osannanti del sistema elettorale comunale, il discorso del sindaco d’Italia mi mette immediatamente qualche preoccupazione autoritaria, ragion per cui mi auguro di andare a votare per eleggere i miei rappresentanti in Parlamento e non per esprimere un voto plebiscitario di gradimento verso il futuro inquilino di Palazzo Chigi.
