Europei buoni a nulla, israeliani capaci di tutto

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». Sono queste le parole scelte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per commentare le immagini pubblicate su X dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir, che mostrano il trattamento riservato ai circa 430 attivisti della “Global Sumud Flottilla”, fra i quali 29 italiani, intercettati martedì in acque internazionali e condotti in stato di arresto nel porto israeliano di Ashdod. Fra gli italiani anche il deputato M5s Dario Carotenuto e un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. Il video si muove fra il ponte della grande imbarcazione con cui gli attivisti sono stati trasportati e una vicina struttura della darsena, dove uomini e donne vengono costretti in file ordinate, in ginocchio, le mani legate dietro la schiena dalle fascette di “contenimento”. Una ragazza, colpevole di aver urlato “Palestina libera”, viene scaraventata a terra dalla manata di un uomo della sicurezza. Numerosi gli agenti armati di fucile. Sulla scena della prigione improvvisata appare il ministro Ben-Gvir che, bandiera israeliana in mano, si abbandona a trionfanti esternazioni: «Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa», «sono arrivati con tanto orgoglio, guardate come sono ridotti ora. Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli e di metterli nelle prigioni dei terroristi per molto tempo». E, rivolgendosi ai soldati: «Ottimo lavoro, così si fa, non lasciatevi turbare dalle loro urla». In un video successivo, attribuito al giornalista israeliano Moti Kastel (Channel 14), e pubblicato ancora una volta da Ben-Gvir, leader del partito estremista rappresentativo del sionismo messianico Otzma Yehudit (“Potenza ebraica”), agli attivisti viene fatto ascoltare con gli altoparlanti l’inno israeliano Hatikva. (“Avvenire” – Luca Foschi)

Ricordo, per l’ennesima volta, cosa diceva mia sorella sullo spinoso tema dei rapporti fra Israele e Palestina, sintetizzando spietatamente, al ritorno da un viaggio in Terra Santa, i rapporti fra le due popolazioni: “Gli Israeliani sono dei delinquenti, trattano i palestinesi da cani; i palestinesi non capiscono niente”. Gli uni accaparrano territori, opprimono i conterranei, hanno l’appoggio del mondo occidentale e in particolare degli Usa; gli altri non riescono ad avere un minimo di classe dirigente e di strategia politica, si affidano finanche ai terroristi, reagiscono alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio e così si vocano alla distruzione”.

Il ricorso al terrorismo non si può giustificare, ma capire. Persino Andreotti nel suo cinismo politico internazionale ammetteva che anche noi benpensanti forse al posto dei palestinesi faremmo un pensierino al terrorismo per difenderci.

La prospettiva dei “due popoli – due stati” appare ragionevolmente la più equa, ma purtroppo risulta di problematica per non dire impossibile attuazione.

Come in un ormai logoro ritornello, dovrebbe essere l’Europa in combutta con l’Onu, ad avviare a soluzione questo rompicapo geopolitico. Una netta presa di distanza dal governo israeliano con sanzioni e rottura di rapporti commerciali, assieme ad iniziative diplomatiche serie e coraggiose dovrebbero costituire il contributo europeo alla soluzione di quello che è sempre stato il nocciolo della questione mediorientale.

Per fortuna il nostro Paese, almeno nel periodo della cosiddetta prima repubblica, aveva tenuto un atteggiamento della mano tesa verso i palestinesi a livello diplomatico e nel campo degli aiuti economico-finanziari. Ora non ci si capisce più niente… Forse occorrevano gli episodi di cui sopra, vale a dire tiramenti di corda al limite dello strappo, per suscitare indignazione etica e reazioni politiche. Dispiace che sia il nostro penoso orgoglio nazionale a reagire al vergognoso nazionalismo israeliano. Quello che non hanno potuto le migliaia di bambini di Gaza e del Libano lo possono i rigurgiti del sussiego italiano.

Per la verità, se le acque si muovono, è tutto merito degli attivisti della Flottiglia e della loro protesta fattiva e dinamica, in quanto almeno scoprono l’altarone: quando si afferma che le iniziative pacifiche e di concreta solidarietà sono inutili, si cade in una colpevole rassegnazione di fronte alla violenza del governo israeliano, di chi lo vota e lo sostiene in patria e di chi lo subisce a livello internazionale.

Certo che le pur sacrosante, doverose ma statiche proteste di base, colte o piazzaiole che siano, rischiano di lasciare il tempo che trovano in quanto non trovano interlocutori autorevoli di marca israeliana e/o palestinese e di scantonare talvolta nella violenza che aggiunge benzina al fuoco. Sono infatti rare le voci israeliane sincere nell’analisi e disponibili al dialogo; per quanto riguarda i palestinesi non esistono precisi e credibili riferimenti politici. Il tanto auspicato dopo-Arafat si è rivelato un disastro.

Mentre il governo israeliano appare fortissimo al punto da dettare l’agenda bellica agli Usa, in realtà soffre il ricatto dei coloni e dell’intransigente cupola della gerarchia religiosa in una società frammentata e complessa, che prima o poi potrebbe esplodere nelle sue contraddizioni.

I cristiani, presi in mezzo, testimoniano con la vita il loro coinvolgimento umano e religioso nelle atroci vicende di quelle terre. Mentre loro vengono toccati nel vivo della loro carne religiosa e umana, gli ebrei praticanti stanno a guardare (impossibile leggere nelle loro coscienze, ma li vedo taciturni e consenzienti), appoggiano vergognosamente Netanyahu o al massimo gridano al lupo dell’antisemitismo (che trova proprio in Netanyahu i suoi fenomenali assist).

Cosa farebbe oggi Giorgio La Pira? Adotterebbe il suo metodo: unità, dialogo, diritto. In un mondo disgregato all’inverosimile, dove ogni persona e ogni Stato punta al proprio interesse, dove la forza è il parametro della coesistenza, dove l’arbitrio sostituisce le regole condivise, avrebbe sicuramente il coraggio di buttare la verità “in faccia alle facce” sporche di Trump, Netanyahu, Putin e c. , avrebbe la pazienza di convocare a Firenze tutti gli uomini di governo e di cultura dotati di buona volontà per discutere dell’assetto mediorientale, avrebbe il coraggio di lanciare il suo sogno concreto di giustizia andando incontro ai bisogni dei palestinesi. Esattamente il contrario rispetto all’inerzia dei governanti italiani ed europei capaci soltanto di risentirsi a parole e di balbettare qualche misera stucchevole e politicante giaculatoria.

Ho richiamato La Pira perché è stato un personaggio storico capace di coniugare al meglio politica e religione, etica e governo, persone e istituzioni, pace e difesa dei deboli. E perché, in questo momento, solo la Chiesa cattolica è capace di andare controcorrente facendo azione di pace e, in mancanza della politica, di fare supplenza a livello diplomatico.