In due anni il presidente ha dissipato l’enorme consenso che aveva accumulato alle ultime elezioni, muovendosi nella convinzione ostinata di non dover mai rendere conto delle proprie azioni e delle proprie scelte. La sua condotta si è retta sul presupposto arrogante per cui, una volta ottenuto il voto del popolo, fosse legittimo fare ciò che si vuole, considerando del tutto irrilevante che gli atti compiuti smentissero radicalmente le promesse elettorali, poiché nella sua visione ciò che conta davvero è unicamente la sua persona.
I fatti, tuttavia, hanno platealmente smentito questa pretesa. A partire dall’inflazione, che è tornata a salire proprio mentre l’alto costo della vita registrato ai tempi dell’amministrazione Biden aveva rappresentato uno dei principali cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Sul terreno internazionale, Trump aveva promesso di chiudere tutte le guerre e di non intraprenderne di nuove; eppure non ne ha chiusa praticamente nessuna di quelle importanti, aprendo al contempo un fronte gravissimo con l’Iran che ha destabilizzato l’intera economia del pianeta provocando un ulteriore aumento generale dei prezzi.
Altrettanto stridente è la frattura consumatasi sul versante della lotta all’immigrazione, dove l’amministrazione si è spinta molto oltre ciò che la sua stessa base si aspettava. L’elettorato conservatore chiedeva, sì, di chiudere le frontiere e di mandare a casa gli irregolari, ma non si aspettava certamente i rastrellamenti per le strade, con intere comunità paralizzate dal terrore e persone che hanno paura persino di uscire per andare al lavoro. Uno sgomento che ha attraversato gli stessi elettori repubblicani e che spiega perché una buona fetta di voti andati questa volta ai democratici sia dovuta all’elettorato ispanico: un blocco sociale che non esprime certo un voto particolarmente radicale o progressista, ma che ha deciso di allontanarsi da Trump anche per punire queste politiche.
A pesare in modo decisivo è stato poi il sostegno incondizionato a Israele, uno scotto già pagato a suo tempo anche da Biden e che oggi non è più sostenibile. Con lo sterminio dei palestinesi, con un capo del governo israeliano su cui pende un mandato di cattura internazionale della Corte penale internazionale e con gli Stati Uniti trascinati nella guerra contro l’Iran proprio da Israele, questa linea risulta ormai indifendibile. Ne è stata la prova il tentativo disperato di Trump che, a urne ancora aperte, ha provato a raccattare gli ultimi voti dichiarando che non avrebbe più fornito sostegno a Israele. (MicroMega – Cinzia Sciuto)
In politica vale sempre la famosa barzelletta delle promesse elettorali, anche perché le elezioni sono sempre dietro l’angolo. Il comiziante di turno si sbizzarrisce con le promesse: “Vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete…”. E l’afta epizootica? chiede timidamente un agricoltore della zona interessata. Vi daremo anche quella! Risponde dal palco l’aspirante pubblico amministratore. Se andiamo dall’altra parte della barricata, mi sovviene la gustosa barzelletta del sindacalista in vena di conquiste eccezionali: lavorerete un mese all’anno! E le ferie? chiede un esigente e stressato lavoratore.
Forse la maturità democratica di un elettore consiste proprio nel non credere ciecamente alle promesse elettorali: chi meno promette è più credibile e votabile. Il ravvedimento indolente non rimette purtroppo le cose a posto: il danno è stato comunque fatto in lungo e in largo e resta assieme alle beffe.
Gli elettori statunitensi hanno sbattuto improvvisamente la porta in faccia al loro demiurgo, così come se niente fosse successo: ci siamo sbagliati… E adesso? Chi potrà ancora fidarsi dei vostri futuri candidati e dei vostri voti dati alla “cazzo di cane”? Ad un autentico disastro politico non si pone rimedio con un voto sic et simpliciter.
La democrazia traballante degli Usa è stata compromessa nelle sue fondamenta, bisogna ricostruirla e non basterà affidarsi a nuovi seppur provetti architetti, ma occorrerà ripensare daccapo il progetto rivedendo tutti i suoi effetti a largo raggio.
Mi fanno sorridere quanti dissertano sulle conseguenze del voto americano a livello degli equilibri internazionali, delle guerre in corso, dei massimi sistemi socio-politici applicabili in tutto il mondo.
Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». E faceva risalire I disastri all’ignobile alleanza con Hitler e alla conseguente guerra mondiale. «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».
Mi sembra che gli americani facciano gli americani e sottovalutino i disastri provocati da un presidente ripetutamente scelto da loro stessi in base a criteri radicalmente sbagliati, guardando e rimediando al dito inflattivo anziché accorgersi della luna autocratica.
Faccio un esempio! Finirà la guerra In Iran? Forse sì, ma ne partiranno altre. Ogni simile ama il suo simile: Trump ad esempio non può che cercare riferimenti politici in Netanyahu e Putin e viceversa. Autocrazia chiama autocrazia! Autocrazia chiama guerra! E allora è inutile sperare in un cambio di passo geopolitico calato dall’alto. Cosa ne faranno di tutte le armi in via di fanatico approntamento?
Quanto alla precipitosa conversione democratica degli statunitensi vorrei ricordare come allorquando un regime sta per crollare parecchi suoi sostenitori si buttino dall’altra parte della barricata: molti fascisti intravedendo gli scricchiolii del regime non esitarono a diventare comunisti. Mio padre aveva un amico che non sopportava la falsità e l’opportunismo. Quando alcuni comunisti del giorno dopo ostentavano questa loro scelta di campo politico e dimostravano un certo accanimento in tal senso, non si faceva pregare e li sbugiardava regolarmente sbattendo loro in faccia la scomoda verità: «Sta miga fär tant al comunista, parché a t’ sér in-t-la milissia fascista con mi…». Spegneva così i bollenti spiriti sinistrorsi di parecchi voltagabbana.
Mi rendo conto di gettare secchiate gelide sulle speranze di un dopo-Trump ancora tutto da inventare e costruire. Consiglio a tutti un bagno di realismo democratico. Siamo solo agli inizi, ci saranno colpi di coda, pericolosi ripensamenti e opportunistici ricollocamenti. La democrazia si costruisce partendo dal basso anche dopo averne abbattuti i nemici più acerrimi; non si esaurisce nel voto e col voto, ma parte dal voto per andare giù, come si suole dire, una mano di vanga.
