Un Trump usa e getta e una democrazia da reinventare

Il tecnocapitalismo è un sistema economico e sociale in cui il centro della creazione di valore, del potere e dell’accumulazione di ricchezza non è più il tradizionale rapporto tra capitale e lavoro, ma il dominio dell’innovazione tecnologica e dei grandi colossi digitali. Il mercato è dominato da giganti della tecnologia (come Amazon, Google, Meta, SpaceX) che accentrano ricchezza e potere economico.

Il connubio tra Elon Musk e il concetto di tecnocapitalismo definisce una nuova era in cui il potere non si misura più soltanto in base al capitale finanziario tradizionale, ma attraverso il controllo monopolistico delle infrastrutture tecnologiche, digitali e dei flussi informativi.

Musk non è semplicemente un imprenditore di successo; rappresenta la figura del “tecnoligarca” o del “Leviatano contemporaneo”, capace di accentrare prerogative un tempo riservate esclusivamente agli Stati sovrani, esercitando un’influenza diretta sulla politica globale, sulla sicurezza interna e sulla democrazia.

Ebbene negli Usa si è insediato questo sistema economico e sociale: Trump ha fatto e sta facendo il paraninfo, le sue scorribande sono funzionali ad esso. Probabilmente il suo tonfo elettorale non è estraneo all’usa e getta di cui è vittima. Se Trump ha finito il suo corso, cosa succederà nei rapporti fra tecnocapitalismo e politica: il sistema democratico saprà riappropriarsi a livello istituzionale e politico del proprio ruolo?

Il cittadino americano è consapevole di essere una semplice pedina nelle mani di provetti giocatori di scacchi? Le istituzioni statunitensi, i partiti politici, finanche la legge elettorale sono adeguati a questa sfida epocale? La repubblica presidenziale così netta è un sistema chiuso che facilita enormemente lo strapotere capitalistico. I partiti politici così personalizzati e frammentati non rappresentano la società civile abbandonata a se stessa. Non esistono forze intermedie e tutto si risolve in un populismo fuorviante e deviante. Anche le religioni non svolgono alcun ruolo di indirizzo e contenimento del potere capitalistico.

Il tonfo elettorale di Trump e del suo partito e l’improvvisato trionfo dei democratici non sono frutto di una benché minima presa di coscienza di questa degenerazione sistemica del capitalismo. La partita sarebbe colossale, ma si limita a ritoccare gli equilibri di potere a prescindere dalle sue reali sedi.

Sei anni or sono la vittoria di Biden aveva illuso su una possibile riscossa valoriale post-primo-Trump: una occasione malamente sprecata. Adesso il discorso si è fatto ancor più difficile. L’Occidente democratico è in frantumi, la Russia continua il suo gioco, la Cina aspetta di entrare a pieno titolo nella stanza dei bottoni tecnocapitalisti. L’Europa, nonostante tutto, avrebbe la cultura, la storia, la forza produttiva per candidarsi a ripristinare un accettabile rapporto fra potere politico e potere economico, per sfruttare questo passaggio storico estremamente delicato, diventando interlocutrice di quanti negli Usa potrebbero cominciare a fare sul serio.

Invece molto probabilmente in Europa ci si dividerà tra chi si illuderà di una frettolosa, opportunistica e strumentale conversione europea di Trump a prezzo di bloccare l’indispensabile ulteriore integrazione della UE e chi penserà di scopiazzare i troppi difetti e i pochi pregi della riscossa democratica da cui abbiamo ben poco da imparare.

Si aspettava tanto che dalle elezioni di midterm arrivasse qualche pioggia democratica consistente da mettere a frutto ed invece si rischia che arrivino tuoni e lampi da cui difendersi.