Matteo Piantedosi vola a Milano per dare consistenza operativa all’ennesimo decreto sicurezza del Governo, ma è il capo dello Stato Sergio Mattarella a tracciarne implicitamente i limiti, invocando una «visione ampia» e mettendo in guardia su tutto ciò che quel provvedimento non può cogliere: il «malessere dei giovani», soprattutto, e il loro «senso di insicurezza per il futuro».
Il discorso del presidente della Repubblica durante la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del Lavoro riprende da dove si era chiuso il suo intervento di lunedì all’assemblea delle Province italiane, quando aveva chiesto di procedere a «un’analisi approfondita» di quanto avvenuto a Milano. Dunque, «accanto alle necessarie scelte congiunturali», avverte Mattarella, ora occorre sviluppare «strategie adeguate» nel farsi carico dello spaesamento dei giovani e del loro «timore di asservimento o di emarginazione». Il punto è che la società «non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Perché si tratta di «una grande questione sociale», di «una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze» del Paese. In modo tale che «le preoccupazioni del presente» si specchino «nell’impegno a progettare il futuro».
Naturalmente al capo dello Stato non sfuggono le cause di questo sentimento, tra le quali c’è il «grave peso» che un «bilancio negativo delle migrazioni giovanili» ha sul Paese. Così come un quadro internazionale preoccupante, fatto di «insensate guerre di aggressione, delegittimazione del diritto internazionale, barriere protezionistiche». Parole non molto diverse da quelle dell’ex presidente della Bce ed ex premier, Mario Draghi, convinto che parte delle cause delle rivolte risieda «nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice in un’intervista a Bloomberg.
Quando una pentola bolle e tende a debordare ci sono due modi per affrontare la questione: ci si può limitare a dare una schiumata per evitare che il contenuto strabordi oppure affidarsi al noto proverbio che dice “una pentola guardata non bolle mai”.
Il governo, come sta succedendo fin dal suo insediamento, intende affrontare il profondo malessere dei giovani con misure repressive che, oltre tutto, non sortiscono alcun effetto sostanziale, ma servono soltanto a rassicurare i benpensanti.
Il presidente Mattarella suggerisce, col suo solito garbo, un approccio assai diverso, che potremmo definire di attenzione e di impegno: una faticosa strada in salita e non un falsopiano depistante ed irritante. È significativo che l’idealismo di Mattarella concordi con il pragmatismo di Draghi: in fin dei conti si tratta di fare politica. Alle aspettative dei giovani, che tendono a diventare sfiducia e persino protesta violenta, non si può rispondere con un riveduto e corretto manganello, con un decreto che puzza di vannaccismo per non dire di …, con un goffo tentativo di marginalizzare i giovani chiudendoli in un recinto di scalmanati.
Purtroppo al di là delle ottime intenzioni e indicazioni di Mattarella, l’attuale politica non è in grado di fornire risposte fatte di prospettive adeguate. Sapranno i giovani, come ho già scritto, confidare nel profilo costituzionale della politica garantito dal Capo dello Stato, scorgere qualche spiraglio alternativo in occasione delle prossime elezioni, puntare alla prospettiva europea che, in qualche misura, li vede concretamente già protagonisti, impegnarsi nella lotta delle lotte, quella per la pace senza la quale tutto è perduto?
Hanno certamente bisogno di ben più di un aiutino: devono ritrovare la fiducia nella democrazia e in se stessi nonostante il contesto sia a loro in tutto e per tutto contrario. Alzi la mano chi li può aiutare!
