Politica, dalla sfiducia può nascere slancio

«Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo.

Questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre. Non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo. Non ci fidiamo delle strutture politiche classiche. Perché partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa». «Ci tuteliamo dalla repressione e dei fascisti». «Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli.

Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo «be water», organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato.

Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Intendiamo prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Il Movimento 17 Ottobre prende il nome dalla data di sabato 17 ottobre 2026, il giorno in cui è iniziata una grande manifestazione nazionale contro il carovita in diverse città italiane.

La protesta originaria era stata promossa dalla rete nazionale “Italia in piazza”. Tuttavia, a seguito degli scontri, delle tensioni e delle successive proteste spontanee nei giorni seguenti, alcuni membri fuoriusciti hanno deciso di staccarsi dalla rete principale, giudicata troppo moderata e centralizzata.

Questo gruppo di giovani ha quindi fondato il Movimento 17 Ottobre, battezzandolo con la data simbolo che ha dato il via alla loro mobilitazione permanente. Il movimento si organizza in modo decentralizzato e autonomo principalmente attraverso canali Telegram e pagine Instagram.

Ho letto con grande interesse il comunicato con cui i giovani del movimento 17 ottobre si sono presentati alla ribalta protestataria per fare chiarezza nell’allarmistico clima opportunisticamente creato [la miglior(?) difesa del potere è sempre l’attacco a chi contesta] e che ho sinteticamente, ma letteralmente soprariportato in grassetto.

Il quadro delle scelte non è l’antipolitica, ma l’ansia politica derivante dalla sfiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati, nei movimenti anarchici e antagonisti, senza offrire bersagli alla repressione fascista.

Importante è l’internazionalismo storico dell’anti-potere, che diventa fonte, lezione ed ispirazione teorica e sperimentale.

Forte è l’anelito democratico che va oltre la protesta per farne una spinta dal basso alla formazione politica e alla costruzione di un futuro alternativo.

La condanna della violenza è implicita: nel rifiuto del movimentismo fine a se stesso e nell’impegno a superare la protesta meramente negativa.

Ritengo ci sia molto da riflettere su questa giovanile e fin troppo matura provocazione. Guai a volerla osteggiare o strumentalizzare. Bisogna lasciare che si esprima in tutta la sua potenzialità. Finalmente qualcosa di notevole si è mosso nella nostra società: un sessantotto riveduto e corretto? Molto meno sul piano culturale e generazionale, molto di più sul piano socio-politico. Ci sarà chi si lascerà umilmente contestare e interrogare?  Ci sarà chi avrà la pazienza di dialogare dal basso senza insopportabile paternalismo e senza storico sussiego? Non so cosa succederà nelle università, nelle piazze, nei social. Sono quasi sicuro che, come capita per certe medicine, all’inizio non si avrà alcun effetto elettorale a breve (anzi!), ci vorrà il suo tempo, ma qualcosa si verificherà e qualcosa cambierà. Sono dispiaciuto di essere vecchio al punto da non poter vedere gli eventuali effetti a medio e lungo termine. Mi accontento di fare discretamente un tifo speranzoso e in questo senso mi permetto, bonariamente ma convintamente, di suggerire tre piste di approfondimento culturale: Europa, pace e Costituzione.

La politica, che registra giustificata diffidenza verso istituzioni, partiti e sindacati, non trova sbocco e ripresa nella Costituzione italiana?   Il futuro sottratto ai cleptocrati non trova collocazione geopolitica nella vera Europa, quella dei pionieri, tradita dai governanti e retta dai burocrati? Sull’altro tavolo alternativo a cui sedersi non c’è al centro quale sorgente e foce il tema della pace?