Le “strumpate” del Don…ald

L’annuncio del presidente Donald Trump è arrivato a 25 giorni esatti dalle attesissime elezioni di metà mandato del 3 novembre: «La Russia fornirà immediatamente oltre 300mila tonnellate di gasolio al mercato americano e a quello globale, altre 500mila nel mese di novembre e un milione di tonnellate subito dopo», ha scritto venerdì sera su Truth. Ufficializzata dopo una telefonata con Vladimir Putin (che Trump ha pure ringraziato), la svolta è stata dettata dall’urgenza di far scendere il costo medio della benzina, schizzato verso l’alto con la guerra in Iran. Il presidente ha sottolineato: «Sommando queste forniture russe al petrolio proveniente dallo Stretto di Hormuz, di cui abbiamo il controllo totale, i prezzi del gasolio scenderanno per gli americani e per tutto il mondo, in misura record e rapidamente». Propaganda elettorale a spese dell’Ucraina. «Zelensky la smetta di attaccare le raffinerie russe – ha tuonato Trump all’indomani –. È tempo di un nuovo presidente a Kiev». (“Avvenire” – Angela Napoletano)

Se mai ci fosse bisogno di capire come l’assetto internazionale dipenda dagli umori propagandistici dei potenti, in questi giorni Donald Trump si sta superando nella, peraltro inconcludente, politica cinica, che accarezza i suoi simili (vedi Putin con i vomitevoli accordi al gasolio e Netanyahu con l’insolenza verso la Corte penale internazionale) e attacca di conseguenza i nemici giurati dei suoi simili (non è la prima volta che viene umiliato Zelensky).

“Gli amici dei miei amici sono miei amici” è un detto popolare che ipotizza una rete di relazioni aperta e fiduciosa, simile al concetto logico per cui il legame di amicizia si estende per transitività. Con Trump lo dobbiamo cambiare radicalmente: “I nemici dei miei amici-nemici sono miei nemici”.

Sul fronte filo-putiniano sovviene un altro proverbio: “Ogni simile ama il suo simile”: per essere simili a Putin ci vuole un bel po’ di pelo sullo stomaco e Trump dimostra sempre più di averne in abbondanza.

Sul fronte anti-zelenskyano bisogna ricorrere alla storia che ha spesso visto le alleanze fondate su un comune nemico materasso o alla tecnica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, che è una tattica psicologica usata durante gli interrogatori o nelle negoziazioni.

Chi rimane totalmente spiazzata da queste giravolte trumpiane è l’Europa nella sua politica sanzionatoria ma non troppo nei confronti della Russia e di scriteriato, pregiudiziale ed acritico appoggio nei confronti dell’Ucraina, ma soprattutto nella sua scelta di campo atlantica sempre più stretta e controproducente.

Come sta avvenendo da tempo, i Paesi europei, anziché cercare di rafforzare l’unità nella politica estera della UE per segnare una sacrosanta autonomia rispetto agli Usa, si dividono a seconda dell’imbarazzante tasso di simpatia verso il tycoon e della capacità di subirne i ricatti: in questa penosa situazione relazionale si distingue all’italiana il nostro attuale governo, che accetta sistematicamente l’illusorio “tòch äd pàn” accompagnato dalla concreta “bastonäda”.

A Zelensky, al quale peraltro non va la mia stima dal punto di vista etico e democratico, va tuttavia la mia comprensione: sembra quello che deve indovinare da dove arrivano “il fälsi carèssi” e “i sonòr patonón”, un gioco che finirà per “fär tacagnär tùtti” in un bellico groviglio di posizioni.

“Amarum in fundo”: è arrivata dagli Usa una contro-lezione etica da far accapponare la pelle: tutto torna in una sempre più inquietante e incivile deriva.

La giornata mondiale contro la pena capitale, che è stata celebrata il 10 ottobre, voluta dalle maggiori organizzazioni umanitarie del mondo – su iniziativa della Coalizione mondiale dopo la sua nascita a Roma, a Sant’Egidio, nel 2002 – può essere considerata un antidoto. Un vaccino contro il veleno che viene diffuso ormai quotidianamente in dosi massicce attraverso il linguaggio o decisioni e azioni brutali presentate alla stregua di una missione salvifica degli Stati Uniti a difesa dell’Occidente e dei suoi “valori”. Si iscrive in questa narrazione la recente doppia e fallimentare somministrazione di pentobarbital, che in Tennessee non ha ucciso, come previsto, ma torturato la condannata a morte Christa Pike. O l’annuncio che la prossima esecuzione avverrà in diretta streaming. Siamo nell’era dei “pusher” ben vestiti, che elogiano la morte, la spettacolarizzano, perché pensano che faccia bene alla società, e si spingono a impartire lezioni ai Papi. (“Avvenire” – Mario Marazziti)

Che dire? Esprimo solo l’augurio che toccare spettacolarmente il fondo del barile umanitario serva alla gente per capire finalmente come la morte, nelle guerre di tutti i tipi fra nazioni e/o nelle guerre fra Stato e suoi cittadini più o meno trasgressivi e/o nelle guerre fra individui (mors tua vita mea), sia il peggiore dei mali che può essere vinto soltanto col migliore dei beni, vale a dire con le scelte di vita e di pace.