Il Nobel per la pace a Navi Pillay, la donna che ha lavorato alla Corte penale internazionale, rappresenta un riconoscimento per il diritto internazionale, tanto vituperato da dittatori e autocrati dell’era contemporanea. Non rassegnarsi alla legge del più forte significa dare un implicito sostegno a chi lotta per i diritti dei deboli.
La pace non si accorda sempre con unanimità di giudizio o con l’apprezzamento condiviso di figure eminenti. Le scelte del comitato norvegese per il Nobel non raramente sono foriere di spaccature diplomatiche o di perplessità in parti dell’opinione pubblica mondiale. Per i sostenitori del diritto internazionale, delle istituzioni sovranazionali, di una giustizia che superi le frontiere e del contrasto all’impunità del più forte si tratta di un segnale importante e di un motivo per rallegrarsi, data la risonanza del premio a livello globale. Ma dare la medaglia a Pillay, oggi, significa anche mandare un messaggio a quanti si oppongono fieramente alle istituzioni internazionali nelle quali la giurista sudafricana ha ricoperto ruoli di primo piano. In primo luogo, la Corte penale internazionale – di cui Pillay è stata giudice – si trova sotto attacco, e non si tratta solo di un’espressione figurata.
A volerne ridurre drasticamente il potere e l’indipendenza sono la Russia, per il mandato di arresto emesso nei confronti del presidente Vladimir Putin; Israele, per il mandato di arresto emesso nei confronti del premier Benjamin Netanyahu; e gli Stati Uniti di Donald Trump, per l’idea stessa che esista un foro indipendente e non sottoposto agli equilibri di potenza, capace di perseguire e giudicare i responsabili dei crimini di guerra, contro l’umanità e di genocidio. (“Avvenire” – Andrea Lavazza)
Mi è venuto spontaneo, anche se forse un po’ azzardato, riandare alle parole di Gesù: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (riportata nel vangelo di Luca 12,49-53 e in modo simile in Matteo 10,34 come “non la pace, ma la spada”) — significa che seguire il Vangelo richiede una scelta netta e radicale che inevitabilmente crea una frattura con la mentalità del mondo.
Navi Pillay, pur non essendo Gesù, sta tuttavia dividendo il mondo con la sua azione e il suo premio per la pace: una donna coraggiosa che osa dire la verità che fa male ai potenti.
L’assegnazione del Nobel a Pillay ha immediatamente provocato reazioni durissime da parte del governo israeliano e dell’area politica più vicina all’amministrazione americana. Il ministero degli Esteri di Israele ha definito il premio «la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele», attaccando frontalmente la giurista sudafricana per il suo ruolo nella commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi e per le accuse di genocidio rivolte allo Stato ebraico. In una nota dai toni particolarmente aspri, il dicastero ha sostenuto che il Comitato Nobel avrebbe premiato «la più grande menzogna del XXI secolo», arrivando a evocare perfino Joseph Goebbels.
Dall’altra parte dell’Atlantico, anche Donald Trump ha alimentato la polemica rilanciando su Truth Social un intervento dell’avvocato David Schoen, già membro del suo collegio difensivo durante il secondo impeachment. Nel messaggio condiviso dall’ex presidente americano, il Nobel viene definito una «vergogna irreparabile» e Pillay viene accusata di essere un’«odiatrice di America e Israele» e di avere favorito Hamas attraverso la sua attività nelle istituzioni internazionali.
Le contestazioni si inseriscono in uno scontro più ampio che coinvolge da anni le organizzazioni internazionali impegnate sul fronte dei diritti umani e della giustizia sovranazionale. Non a caso, poche ore dopo l’annuncio del Nobel, l’amministrazione Trump ha deciso di irrigidire ulteriormente la propria linea nei confronti della Corte penale internazionale dell’Aia, della quale Pillay è stata giudice ad hoc. Secondo quanto riferito dai media statunitensi, Washington ha introdotto nuove sanzioni contro la Corte, estendendo le misure già adottate in passato contro magistrati e funzionari e minacciando di colpire anche aziende e soggetti che collaborano con l’istituzione. «Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani», ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio. «Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare». Sullo sfondo restano i mandati di cattura emessi nei confronti di dirigenti israeliani, tra cui il premier Benjamin Netanyahu, e la lunga ostilità di Washington verso le indagini della Corte sulle operazioni militari statunitensi all’estero. (“Avvenire” – Angela Napoletano)
Mi auguro che questo premio Nobel scuota le coscienze, provochi una coraggiosa presa di distanza dalla vergognosa narrazione bellica che ci viene propinata, induca ad esigere un ritorno al diritto internazionale e alle sue istituzioni, ci incoraggi a sperare che “i superbi siano dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti siano rovesciati dai troni e finalmente siano innalzati gli umili, siano ricolmati di beni gli affamati, i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio e i miti possano ricevere in dono la terra”.
In cauda venenum. Non è stata registrata una reazione ufficiale o formale della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay. Il dibattito e l’ironia politica che collegano la Meloni a questa vicenda nascono invece dalle dichiarazioni della stessa neo-premio Nobel e dai precedenti auspici della Premier italiana.
Subito dopo l’annuncio dell’ottenimento del premio, l’ottantacinquenne giurista ha commentato con ironia e fermezza tirando in ballo Donald Trump: “Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump”. Giorgia Meloni infatti si era unita alla schiera di leader politici che auspicavano e proponevano la candidatura di Donald Trump al Nobel per la Pace, legandola a un eventuale ruolo decisivo del leader statunitense per una risoluzione della guerra in Ucraina.
Non basta essere donna per portare un contributo positivo alla geo-politica, bisognerebbe essere donna di pace. Navi Pillay la è a tutto tondo, Giorgia Meloni, nonostante le sue furbizie, il suo inossidabile consenso sondaggistico, nonostante il suo sfoggiatissimo guardaroba basato sul “navy blue”, uno dei colori più autorevoli e rassicuranti dell’armadio diplomatico, non la è proprio per niente.
