I problemi ci sono, la protesta (ancora) no

Perché in Italia il caro casa non fa rumore. Non protestiamo meno perché il problema economico sia meno grave. I numeri dicono che, rispetto ai salari, il deterioramento è sostanzialmente lo stesso, perfino peggiore. Perché allora in Spagna la questione abitativa porta decine di migliaia di persone nelle piazze e da noi no? Una parte della risposta potrebbe stare nella diversa struttura della proprietà immobiliare e nella maggiore diffusione, in Italia, della casa di proprietà e degli aiuti familiari. Ma forse c’è anche qualcosa di più. Guardiamo alla dinamica. Un aumento del 5% in un anno può apparire un’emergenza. Una perdita di potere d’acquisto che procede lentamente per dieci anni rischia invece di diventare la normalità. Ci abituiamo, a malincuore, ma alla fine ci adattiamo. Si rimanda l’uscita dalla famiglia, si accetta una casa più piccola, ci si sposta più lontano, si chiede aiuto ai genitori, si rinuncia a mettere al mondo un figlio. La rana che nella pentola dove l’acqua si scalda progressivamente alla fine muore bollita. È proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché non è detto che dove non si protesta tutto vada bene. L’assenza di protesta non è necessariamente un segno che le cose vadano bene. Talvolta indica, al contrario, che ci si è abituati al peggio. La possibilità di esprimere pubblicamente il dissenso resta una buona misura della vitalità di una democrazia. In Spagna il costo della casa è ormai diventato una questione politica nazionale. In Italia continua a essere vissuto soprattutto come un problema privato, da affrontare individualmente o in famiglia. I numeri, però, raccontano un problema che di privato ha ormai ben poco. (“Avvenire” – Vittorio Pelligra)

La protesta scoppiata in Spagna e in Francia, che tende peraltro ad allargarsi socialmente e territorialmente, pone parecchi interrogativi a livello politico-istituzionale.

Innanzitutto rende clamorosamente evidente l’incapacità delle istituzioni democratiche non dico a risolvere ma nemmeno ad ospitarne le rivendicazioni. Successe anche nel sessantotto e si sta ripetendo in modo ancor più inquietante. La sfiducia nelle Istituzioni, dal Parlamento in giù e dai Comuni in su, spinge la popolazione ad andare in piazza guidata purtroppo dall’esasperazione per non avere alcuna probabilità di essere istituzionalmente ascoltata.

Manca però anche la possibilità di essere rappresentati, su obiettivi di equità e progresso, nelle istituzioni attraverso i partiti, in tutt’altre faccende affaccendati, mentre dovrebbero svolgere la funzione di rappresentanza e mediazione, collegando la società civile e i cittadini alle istituzioni dello Stato.

Anche le forze sociali intermedie, i sindacati e le organizzazioni di categoria hanno perso potere di rappresentanza verso i loro potenziali associati e potere di pressione verso la politica in genere: imprigionati da un certo corporativismo e dal relativismo contrattuale.

In conclusione la democrazia è molto debole e tende a spostarsi dai Parlamenti alle manifestazioni popolari e dalle urne alle piazze.

«Il vento della rivolta in Francia premierà i partiti più radicali. Qui la crisi è di sistema» Da una parte, attraverso le proteste, i giovani si stanno politicizzando e potrebbero svolgere dunque un ruolo molto più attivo nella campagna nei prossimi mesi. Ma al contempo, le immagini di violenze spaventano la Francia profonda e ciò favorisce il voto lepenista, associato proprio alle paure e alla richiesta di protezione e di ordine. (“Avvenire” – Daniele Zappalà, Parigi)

I partiti politici, che perdono la corsa, tentano la rincorsa estremizzando la loro natura, strumentalizzando le proteste, cavalcando demagogicamente le piazze: a sinistra si soffia addirittura sul fuoco, rispolverando le ideologie e proponendo demagogicamente facili, globali e tardive ricette; a destra si ricorre ai rigurgiti di corporativismo, ma soprattutto si cavalca la paura delle piazze e degli inevitabili disordini.

Non tutto il male vien per nuocere: le proteste possono indubbiamente servire a mobilitare i cittadini su obiettivi sociali di equità e giustizia e a svegliare e svecchiare la politica. Non so fino a qual punto le manifestazioni di piazza accenderanno fuochi di paglia e la politica divorerà le proteste con qualche pianto coccodrillesco.

Resta piuttosto curioso il gap protestatario esistente fra l’Italia e il resto d’Europa. Potrebbe essere soltanto una questione di tempi: l’onda arriverà con un po’ di ritardo, ma arriverà. La storia insegna che spesso siamo stati i primi nel male e gli ultimi nel bene… Ci dovrebbe aiutare il dato significativo dei manifestanti che fanno giuramento di antifascismo e cantano “Bella ciao”. A mio parere la situazione italiana è peggiore rispetto alle altre società dei Paesi europei e quindi il silenzio delle piazze nostrane non è frutto di benessere, ma semmai di malessere così grave e profondo da togliere ogni velleità di protesta e da sprofondare gli italiani nella rassegnazione.

Nel nostro Paese a fare da detonatore della protesta dovrebbe essere la questione della crisi nella sanità pubblica, con i cittadini meno abbienti che non si possono curare e con gli operatori del pubblico che fuggono nel privato dove riescono a rifugiarsi i benestanti. Non si crea cioè se non la solidarietà nemmeno la sinergia fra i comportamenti degli utenti e degli operatori. Per la trasversalità del problema e l’autentica questione di sopravvivenza per gli interessati non dovrebbe essere difficile la mobilitazione, invece fino ad oggi assistiamo alle stucchevoli lamentazioni della gente ed alla sterile polemica dei partiti.

La paralizzante sfiducia dei cittadini italiani è probabilmente accentuata dalle croniche anomalie della nostra società caratterizzata da burocrazia, corruzione ed evasione fiscale. Paradossalmente questi vizi capitali contribuiscono alla rassegnazione più che alla protesta. Non resta cioè che rifugiarsi nel privato davanti ad un pubblico inefficiente, ingiusto e disonesto.

Ammesso e non concesso che la protesta riesca ad attecchire anche nel nostro Paese, come reagirà la politica? La destra cavalcherà la stabilità e la sicurezza come feticci da sbandierare propagandisticamente in faccia a chi osa lamentarsi. La sinistra resterà probabilmente al palo della propria inconcludenza e delle proprie malefatte a livello centrale e periferico (si pensi alla sanità gestita con estetica burocrazia in Emilia-Romagna), non avendo nemmeno l’abilità di sfruttare demagogicamente la situazione. A maggior ragione è auspicabile un bagno piazzaiolo che riporti un po’ tutti alla realtà, ai propri doveri ed ai propri diritti.