Guerra e pace, irrazionalità a confronto

Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta è alla sua ventesima missione in territorio ucraino dall’inizio della grande invasione, saremo in centotrenta ad Odessa fino al ventotto agosto, per incontrare la società civile ucraina e gli amministratori locali, per discutere con loro del nostro futuro comune, di corpi civili di pace e di sicurezza europea.

Che sia l’Ucraina o il Mediterraneo, ciò che conta in chi parte è la decisione di essere parte della realtà, essere operativi dove ci sono le ingiustizie, schierandosi con i propri corpi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: essere auto-relegati al ruolo di “homines videntes”, come scriveva Giovanni Sartori, quella schiera di benpensanti che confondono il mondo reale con il mondo che vedono, e che oggi hanno imparato a dividerlo in pollici alti e pollici versi, facce grugnite, cuoricini e facce tristi, senza abitarlo per davvero. Partire per l’Ucraina non significa fermare la guerra ci dicono, e quindi è un’azione inutile. È vero, lo sappiamo, ma forse bisogna ribadire che la pace non è solo un affare utile, è anche un affare d’amore, e non si costruisce la pace solo con la razionalità di gesti ponderati, di chi sa esattamente come vincere una guerra, ma anche con lo slancio di chi, anche all’improvviso, sceglie semplicemente di non arrendersi. Come Spinelli, Colorni e Rossi che hanno scritto un manifesto sulle cartine delle sigarette mentre erano ridotti al confino su Ventotene, come la decisione di Rosa Parks che quel giorno non volle cedere il suo posto sull’autobus; come le gesta intrepide di chi superava con sotterfugi il Muro di Berlino, come la rabbia di Tarek, venditore di gelsomini a Tunisi, che non sopportò più le angherie delle guardie e diede vita alla primavera araba, mettendo fuoco al suo carretto. E noi come loro partiamo principalmente per amore o per rabbia, non per calcolo.

Questa volta andiamo ad Odessa perché abbiamo seguito qualcosa che è simile al richiamo di una sirena: la bellezza della città. Tra i tanti nomi che abbiamo imparato a conoscere, per via di questa guerra che li ha resi famosi alle nostre orecchie, come Lviv, Kiev, Kharkiv, Mykolaiv, Cherniv, il suono di “Odessa” ci restituisce immediatamente il senso di una città-mito ed esotica che al tempo stesso ci è familiare come i racconti di Omero alle scuole superiori, ed oggi di nuovo attuale per via di Nolan. (“Avvenire” – Angelo Moretti, Portavoce del Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta)

Mi ritrovo perfettamente nel discorso e nell’impegno basati sulla irrazionalità della pace, capisco che occorre partire di lì per smuovere coscienze e promuovere azioni positive in favore della pace. Non mi associo a chi si nasconde dietro il dito dell’inutilità per legittimare la inevitabile logica della guerra.

Tuttavia mi chiedo: e la politica dove sta di casa? Viaggia sul binario unico del vis pacem para bellum e non c’è verso di farla deragliare. Dal momento che credo nella politica soffro doppiamente: per le brutture della guerra e per la rassegnata e motivata (?) impotenza dei governanti. Paradossalmente non so se siano più da compiangere le vittime della guerra o coloro che la preparano in vista di una irraggiungibile pace ridotta a mero scopo pretestuoso.

Mi ribello alle razionali motivazioni di supporto alla irrazionalità della, o meglio dire, delle guerre. C’è però un ragionamento da sbattere in faccia ai guerrafondai. Non si sono accorti che nel mondo attuale le guerre non si possono vincere, ma si perdono nell’infinito scontro tra i forti e i deboli che qualcuno rende forti. Nessun debole è talmente debole da soccombere definitivamente e nessun forte è talmente forte da vincere ogni resistenza. Un tempo si dichiaravano le guerre avendo come scopo trattati di pace dettati dal vincitore; oggi la guerra è fine a se stessa, si autoalimenta, si perpetua, è la base sistematica della vita dell’umanità.

Va bene così? A giudicare dall’accanimento con cui si portano avanti le guerre in Ucraina, in Iran e in Palestina sembra proprio di sì. La diplomazia è ridotta a gioco dell’oca. Anche chi ha (quasi ) tutto da perdere (vedi Europa) in questo scenario bellico globale e infinito preferisce insinuarsi ed accanirsi sulle briciole che cadono dal tavolo dei potenti fingendo di schierarsi dalla parte dei deboli.

C’è una differenza fondamentale tra Cina ed Europa. La prima ha pragmaticamente tutto da guadagnare nel teatro bellico internazionale; la seconda ha tutto da perdere anche perché è divisa e senza bussola ideologica e politica.

E allora, a maggior ragione, non resta che l’irrazionalità della pace a tutti i costi. C’è stato nella storia del secolo scorso un italiano che è riuscito nell’intento di coniugare i disarmati e disarmenti viaggi della pace con la testarda diplomazia del dialogo coi potenti. Mi riferisco a Giorgio La Pira che sapeva darsi due spinte: una basata sulla preghiera a Dio, l’altra basata sulla buona volontà degli uomini impegnati politicamente nelle comunità sparse in tutto il mondo. Una sfida tutta da rivalutare e riprendere con pazienza pari ad impazienza.