«Questa guerra deve finire», il prima possibile, «più a lungo durerà, più difficile sarà raggiungere una soluzione adeguata. Ogni giorno i combattimenti generano nuove vittime ostacolando ulteriormente una riconciliazione futura». Con tono fermo e pacato, Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha portato nel cuore di Mosca l’incessante appello per la pace di papa Leone XIV. All’esordio della missione in Russia – dove mancava dal novembre 2021, prima del conflitto con l’Ucraina –, il “ministro degli Esteri” del Vaticano ha incontrato l’omologo Sergeij Lavrov per affrontare – come precisato dalla segreteria di Stato via social – «temi di comune interesse e questioni di attualità internazionale». Al termine, i due diplomatici hanno voluto presentare insieme le proprie dichiarazioni alla stampa. «La posizione della Santa Sede è chiara – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher davanti ai giornalisti che non sono stati autorizzati a fare domande –. Le ostilità non possono essere risolte con mezzi militari. È essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico e avviare negoziati autentici con il sostegno della comunità internazionale». Da qui l’invito alle parti «a mostrare apertura e buona volontà affinché questo dialogo possa diventare realtà al più presto». In quest’ottica, «il Vaticano continua ad offrire la propria piattaforma di dialogo e buoni uffici», ha affermato il segretario per i rapporti con gli Stati che, il mese scorso, è stato a Kiev dove si è riunito con il presidente Volodimir Zelensky. Pur riconoscendo «divergenze sostanziali» con Mosca, Gallagher ha parlato di un «clima costruttivo» nel corso del colloquio e ha evidenziato alcuni «punti di convergenza» in particolare sulla necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione e di collaborare sulle questioni umanitarie, dal ritorno dei bambini ucraini agli scambi di prigionieri. Aspetti su cui proseguirà il lavoro del cardinale Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che dovrebbe recarsi a Mosca entro settembre, dopo i precedenti viaggi del 2023 e 2024. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, Giovanni Maria Del Re)
Dagli ambienti ecclesiastici è appena arrivata una lezione sulla pace che mi piace intendere rivolta soprattutto alla sinistra (arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi) ed ecco affacciarsi sulla scena internazionale una vera e propria lezione di diplomazia (arcivescovo Paul Gallagher, Ministro degli esteri del Vaticano) che ritengo possa essere rivolta soprattutto all’Europa.
Come sarebbe bello se la politica guardasse ai vertici della Chiesa cattolica non con imbarazzata e formale adesione, ma con umile e forte crisi di coscienza. Perché l’Europa conosce soltanto il linguaggio delle armi e non prova a parlare quello della diplomazia? Perché non si tenta l’impossibile pur di scuotere l’imbalsamata situazione bellica internazionale, facendo capire ai contendenti che, tra l’altro, le guerre non si possono più vincere ma trascinare all’infinito? Perché i volenterosi europei portano soltanto armi e munizioni e non consigli utili per trattative di pace? Perché l’Europa, anziché mettere sul piatto della bilancia la spada e le sanzioni, non mette in palio aiuti umanitari e investimenti per il progresso economico dei Paesi in guerra a condizione che ricerchino seriamente accordi di pace?
Si tratta di sogni? Meglio regalare sogni che armi! Il Papa e i Vescovi vengono considerati come mestieranti della pace e quindi guardati e ascoltati con scetticismo e sussiego. Ad ognuno il suo mestiere: alla Chiesa quello di facilitatore di pace, alla politica quello di preparatore di guerre. Meno male che c’è la voce insistente della Chiesa, (il Papa con i suoi inviti alla pace disarmata e disarmante e i Vescovi con i loro interventi etici, religiosi e diplomatici), perché diversamente sarebbe un coro unanime, pur con diverse tonalità, di promozione bellica.
