I fantasmi genovesi si aggirano in quel di Bologna

Quindi mai giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. A riguardo della vicenda bolognese ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: «Non sarà un nuovo caso Cucchi», ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna – la presunzione di innocenza c’è fino a prova contraria per tutti – ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. E questo processo richiede tempo e studio. Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti ed enfatizza la già marcata polarizzazione che invece di aiutare la verità serve solo per affermare la propria! Le violenze sono sempre inaccettabili e da condannare senza nessuna ambiguità o falsa comprensione. (dall’intervista del cardinale Matteo Zuppi al quotidiano “Avvenire”)

Attenzione a non fidarsi delle parole di un ministro che ha dimostrato coi fatti insensibilità, incapacità e faziosità. Sinceramente non capisco il rilascio di questa fiduciosa cambiale in bianco: ingenuità? diplomazia? quieto vivere? equidistanza da governo centrale e sindaco di Bologna? tardiva pasoliniana poesia di preferenziale simpatia verso i poliziotti poveri?

La verità ha tempi lunghi? Purtroppo ha tempi infiniti e nel frattempo soccombono i deboli in attesa che la verità (non) venga a galla. Il caso Cucchi lo dimostra. La verità è anche un processo in divenire. L’episodio della morte di Fakir si inserisce in un contesto temporale molto critico e poco rassicurante.

Quarant’anni fa, fra i giuristi, si iniziò a definire «panpenalismo» l’aumento eccessivo di sanzioni per qualsiasi comportamento scorretto. Ora, serviranno anni per valutare appieno la reale efficacia di tutti i pacchetti sicurezza finora varati. Ma non c’è dubbio che la superfetazione sia già imponente: c’è chi ha calcolato come durante il Governo Meloni siano stati già introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per rave all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 anni di carcere. Quanta applicazione hanno finora trovato? E se dovessero trovarla, mettiamo per l’imputabilità dei minori, cosa accadrebbe alle presenze nelle carceri minorili, in un universo penitenziario sull’orlo del collasso? E c’è infine il nodo della libertà, evocato da Mencken: quanta intendiamo barattarne, noi cittadini medi, a fronte delle promesse di una maggior tranquillità? Domande che restano aperte, mentre il battage pre-elettorale in nome della fuggevole dea Sicurezza va avanti.  (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Non si può pretendere quindi pazienza infinita. Bisogna reagire ad un andazzo inaccettabile, che sta rovinando la nostra già debole democrazia. Fin dove può spingersi la protesta di piazza? Bella domanda! Il limite è la difesa dello Stato? Anche quando si capisce che va contro lo stato di diritto? L’operato della polizia non è un totem! La polizia, come tutte le entità pubbliche e private, risente dell’aria politica che tira.

In questi giorni si sono ricordati i cosiddetti fatti di Genova. Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, l’incontro tra i governi delle otto nazioni più industrializzate. In quei giorni, oltre 200.000 persone arrivarono in città per partecipare a iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione economica, in larga parte pacifiche.

Il G8 di Genova è però ricordato soprattutto per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante quei giorni: le violenze in strada contro persone manifestanti e giornaliste, l’irruzione notturna alla scuola Diaz, i maltrattamenti e le torture nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani.

A 25 anni da quei fatti, Genova 2001 resta una pagina centrale della storia italiana recente. Non riguarda solo la memoria di chi era presente: riguarda il diritto di manifestare, l’uso della forza indiscriminata da parte delle forze di polizia, l’accertamento delle responsabilità e le garanzie perché violazioni simili non si ripetano.

«Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

Così Amnesty International descrisse, un anno dopo, quanto accaduto durante il G8 di Genova per evidenziare l’ampiezza e gravità delle violazioni dei diritti civili e politici e denunciare come non si fosse trattato di singoli e isolati eccessi, ma di pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando.

Ho la netta impressione che il tempo si sia fermato a quei tristissimi giorni. Durante il G8 di Genova del 2001, la presenza di Gianfranco Fini — all’epoca vicepresidente del Consiglio — in Questura e la sua presunta permanenza nella sala operativa hanno generato molte polemiche e dibattiti politici, sebbene lo stesso Fini abbia sempre respinto ogni accusa di coinvolgimento operativo. Numerosi critici e resoconti politici hanno puntato il dito sulla sua presenza in quei luoghi nevralgici durante i giorni degli scontri e delle violenze (come i fatti della scuola Diaz e Bolzaneto). Fini ha tuttavia ribadito che la magistratura non lo ha mai ritenuto indagato o convocato con accuse formali, sostenendo che le forze dell’ordine persero il controllo ma che non vi fu alcun “ordine politico” di tipo illecito dietro la gestione dell’ordine pubblico.

Non è questione di interventi diretti o meno, è l’aria che tira a condizionare la gestione dell’ordine pubblico. La situazione è oggi molto simile a quella del 2001. C’è ben di peggio rispetto a Fini e c’è addirittura un Vannacci in più…

Dopo di che, violenza chiama violenza…Ricordiamoci però che la violenza di Stato o promossa e favorita dallo Stato rappresenta l’inquinamento delle acque da parte di chi dà la colpa principale a chi magari si sente autorizzato ad inquinarle ulteriormente.