È la voglia di pace, stupidi!

Ecco la cornice in cui si svolge il summit turco: è la cornice della guerra inevitabile, che porta altra guerra e trasforma tutto in opzione bellica. Sennonché nel nostro Paese le conseguenze di questa riorganizzazione all’insegna del “warfare State” sono sempre state smentite con decisione: nessuna modifica in chiave militare, nessun cambiamento, solo un adeguamento ai vincoli imposti da Nato e Ue. È ancora valido questo discorso o dietro alla retorica si stanno profilando scelte di altro tipo? Cosa vuol dire, ad esempio, sostenere che le spese per la difesa sono «il prezzo della libertà», come ha detto recentemente la presidente del Consiglio? Forse si intende che le democrazie occidentali, compresa la nostra, sono sotto schiaffo e che esistono minacce reali alla nostra sovranità. Così si giustificherebbero investimenti in cybersicurezza, in prevenzione di attacchi terroristici, in difesa delle infrastrutture critiche.

Finora si è rimasti sul terreno delle schermaglie, con una triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e dicastero dell’Economia che non ha contribuito a chiarire la situazione, anzi. Sul piatto ci sono decine di miliardi di risorse da mettere nei prossimi anni, che inevitabilmente (nonostante le rassicurazioni di rito) andrebbero sottratte ad altre voci di spesa, più urgenti per il cittadino, dalla sanità all’economia, fino alla scuola. Al netto delle deroghe sul Patto di Stabilità che verranno verosimilmente concesse dall’Europa, è necessario capire che impatto ci sarà sulle nostre scelte di politica industriale e sui bilanci delle famiglie. L’ambiguità strategica mostrata su questo tema ha una ragione, ovviamente: l’opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l’Italia coinvolta in operazioni belliche. Si è capito poco rispetto alle controverse parole del presidente della Nato, Mark Rutte, relative all’uso delle basi logistiche militari del nostro Paese da parte degli Stati Uniti, durante la guerra in Iran. C’è stato o no un coinvolgimento? E di che tipo? Nel frattempo, la campagna “Un’altra difesa è possibile”, proposta dalla Rete italiana pace e disarmo insieme alla Conferenza nazionale enti del servizio civile e Sbilanciamoci! ha raccolto migliaia di firme in pochi giorni per la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta.
Sullo sfondo c’è anche la riforma dello strumento militare, presentata attraverso due disegni di legge dal governo lo scorso mese di giugno, che porterà a un aumento delle unità operative tra forze armate, sanità militare e carabinieri. Anche questo è un aspetto su cui è necessario almeno aprire un confronto pubblico, per capire quale direzione sta prendendo il Paese. (“Avvenire” – Diego Motta)

I rapporti internazionali sono diventati esclusivo terreno per esercitazioni gossippare. È pur vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, ma ormai l’attenzione è rivolta esclusivamente alle gambe dei presunti leader.

Prendiamo la querelle dell’amore litigarello fra Trump e Meloni: non è né bello né interessante, anzi è a dir poco sconfortante. Troppo grandi e inconfessabili gli interessi in gioco, meglio ripiegare sulle schermaglie personali.

Qualcuno mi dirà: è la diplomazia, stupido! Nossignori quella che va continuamente in scena non è diplomazia, ma una commedia al limite della farsa.

Il discorso di fondo è verificare se la guerra debba essere il male minore o il bene maggiore: tutto lascia intendere che si giri attorno all’opzione bellica quale filosofia portante e che ai potenti della terra non resti che il compito di imbellettarla se non addirittura giustificarla.

Fino a qualche tempo fa, quando osservavo gli incontri al vertice con le relative strette di mano, mi illudevo ingenuamente che potessero rappresentare un antidoto seppur debole contro il pericolo della guerra sempre in agguato. Oggi non vedo più alcun salotto diplomatico, ma soltanto una cucina bellica permanente.

La gente non è d’accordo, ma sta a guardare, è anestetizzata, non azzarda proteste di piazza, scuote il capo, ma alza le spalle. Anche questo fa parte della commedia con un pubblico che non applaude, ma assiste passivamente. Almeno così appare…Nelle coscienze non sono in grado di leggere e poi c’è una pubblica opinione che non fa rumore, ma opera sotto traccia. Non resta che sperare…

Se devo essere sincero dei balletti dell’aspirante regina del centro-destra europeo non me ne frega niente, guardo piuttosto alle iniziative della società civile: prima o poi la politica, se vuole riprendere ruolo, dovrà ricominciare di lì, ascoltando parole di pace che salgono dal basso e non solo parole, ma anche fatti per chi li vuol vedere.