Il capitolo antropologico del discorso del Papa ai diplomatici non finisce qui, perché dopo la vita nascente il Santo Padre si è dedicato alla questione sempre più dibattuta nelle assemblee parlamentari di mezzo mondo (Italia inclusa) delle scelte di fine vita. Alla questione delle «persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere» Leone ha infatti esteso le «considerazioni» espresse sulla vita concepita, specificando che «è compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Parole che ricordano quelle della nota con la quale la Conferenza episcopale italiana nel febbraio 2025 intervenne nel dibattito sul cantiere di una nuova legge auspicando «interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza». I vescovi italiani sottolinearono in particolare che «la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo». «Sulla vita – concluse la Cei – non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità». “Avvenire” – Francesco Ognibene)
Ritengo giusta e doverosa l’insistenza con cui la Chiesa batte il chiodo sulla necessità di alleviare le sofferenze delle persone, facendo riferimento anche e soprattutto alle cure palliative per coloro che non hanno alcuna prospettiva di guarigione. Però non può essere questa l’unica strada possibile per accompagnare i soggetti disperati nella fase finale della loro vita.
Riguardo ai malati terminali don Andrea Gallo diceva: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».
Penso che non ci si debba imprigionare in una assurda posizione dogmaticamente intransigente: se una persona non se la sente più di vivere la sua sofferenza, diamole pure tutta la solidarietà possibile, forniamole le cure che gliela possano alleviare, stiamole vicino in tutto e per tutto, ma, se proprio non se la sente più di proseguire il cammino, perché non aiutarla a chiuderlo in modo assistito e dignitoso, senza traumi e discussioni inutili.
I principi sono fatti per l’uomo e non l’uomo per i principi. Le cure palliative non sono l’unica risposta possibile e plausibile: pratichiamole ma non facciamone un totem, vale a dire un simbolo sacro e una risposta unica e assoluta. Temo che mettendosi su questa strada la Chiesa finisca col somministrare una dottrina palliativa, forzando ed esasperando il discorso del rispetto per la vita, con l’aggiungere all’inaccettabile accanimento terapeutico il pesante fardello dell’accanimento pseudo-evangelico.
«Tre anni or sono moriva Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi, con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti» (Luciano Scaccaglia ricordava così il Cardinale Carlo Maria Martini).
Rifiuto sdegnosamente il socio-catastrofismo cattolico: biotestamento = anticamera dell’eutanasia; suicidio assistito = eutanasia camuffata; eutanasia = capriccio esistenziale. Non sarebbe opportuno lasciare questioni così delicate alla coscienza delle persone senza aggiungere alla sofferenza umana ulteriore tensione moralistica, senza generalizzazioni impossibili? C’è il Vangelo e lasciamo che le persone scelgano in base ad esso: la carità evangelica per chi soffre e per chi vuole aiutare chi soffre!
E non prendiamocela più di tanto con la farraginosità della legislazione italiana in questa delicata materia, perché è frutto anche dell’invadenza religiosa a livello politico. I principi non si difendono arroccandosi in difesa, ma affrontando le situazioni: in campo etico-religioso con lo strumento della carità, in campo civile con lo strumento di buone leggi, che partano dal sostanziale rispetto della persona in tutte le sue opzioni esistenziali. Non è forse questo il “compromesso costituzionale” da cui dovrebbero nascere tutte le leggi e tutti i regolamenti della nostra società? La persona viene prima delle leggi dello Stato e prima dei precetti della religione. Se vogliamo dogmatizzare a tutti i costi la fede trasformandola in religione, se intendiamo la politica come accoglimento acritico della religione, non ne usciamo vivi, o meglio, finiamo con l’imporre la vita a chi è costretto a viverla come una doloristica prigione e non come una gioiosa e aperta battaglia esistenziale.
