Il matto in pista e i savi fuori pista

Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l’imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l’interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l’appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l’ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.

Infatti non è infido soltanto l’insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.

Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l’incertezza. Alcuni puntano sull’adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo. (“Avvenire” – Elena Molinari)

In buona sostanza la domanda che va per la maggiore è questa: Donald Trump c’è o ci fa. Più passa il tempo e più mi chiedo se non sia meglio (pre) occuparsi di altro a prescindere dalle bizze più o meno studiate di questo paradossale personaggio.

Dal momento che la politica è l’arte del possibile, bisognerebbe tenere conto delle caratteristiche degli interlocutori, soprattutto di quelli più forti; ma la politica oltre che di interessi è fatta di idealità e quindi dovrebbe riuscire a prescindere dagli appetiti e dai pruriti dei potenti di turno.

In questa fase storica la politica non riesce nemmeno a tentare un compromesso ragionevole fra gli interessi nazionali (si dovrebbe chiamare multilateralismo), ma rimane in balia della forza che vale più della ragione e del diritto.

Ecco perché occorrerebbe avere la forza delle idee con cui combattere la forza-forza, mandare al diavolo Trump, chi lo adula e chi lo sopporta, superare il concetto statico di diplomazia e puntare ad una visione dinamica nei rapporti internazionali.

L’incertezza regna sovrana, ma va riempita con progetti ed azioni e non con le chiacchiere dei potenti veri o fasulli che siano. Possibile che l’Europa non riesca a tentare questo salto di qualità e si lasci imprigionare nello schema “Trump sì-Trump no”?

Gli atleti, quando affrontano certe gare, prima di lanciarsi in una corsa disperata, fanno qualche passo indietro alla ricerca della giusta concentrazione: dovrebbe valere anche per i politici europei. Facciano qualche passo indietro e vedano di rispolverare le idee di chi ha fondato l’Unione europea.

E così anche gli elettori italiani, europei e statunitensi. Questi ultimi anziché votare col culo (mi si perdoni la triviale franchezza) guardino alla loro storia, a chi li ha guidati in passato, a cosa è la politica e cosa significa democrazia attualmente vignettisticamente e tragicamente trasformata in democratura.

Il 17 gennaio 1961 Dwight Eisenhower, 34esimo presidente degli Stati Uniti d’America, compì l’atto pubblico conclusivo dei suoi due mandati che avevano coperto l’arco di otto anni di storia americana, dal 1953, quando aveva vinto le elezioni presidenziali contro Adlaj Stevenson, al 1961 quando passava le consegne a John F. Kennedy.

In quel discorso di commiato Eisenhower avrebbe potuto limitarsi al rendiconto protocollare di quanto avevano fatto le sue amministrazioni con il bilancio largamente positivo dei successi e degli insuccessi.

Ma scelse un altro taglio: parlò, lui presidente militare come lo era stato Grant, di industria militare e della influenza negativa sul meccanismo delle decisioni in democrazia. Parlava al popolo americano del domani (il nostro oggi) e precorreva i tempi. Guardava avanti anche se sapeva che le preoccupazioni contingenti dell’opinione pubblica erano ben altre. “Nel governo – disse – dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare…in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Questo discorso non è entrato nella galleria dei discorsi famosi dei presidenti americani. Questa dimenticanza appare ovvia. Ma è la banalità dell’ovvio che ci fa pensare. (“Il Fatto Quotidiano” – Giuseppe Borgioli)