Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. (Articolo 36 della Costituzione italiana)
Come al solito la Costituzione è lungimirante e concreta anche se viene sistematicamente ignorata o giubilata. Ecco infatti che la politica sulla questione del salario si perde purtroppo nelle definizioni di principio girando a vuoto intorno al problema: salario minimo, salario giusto, addirittura spunta lo stipendio emotivo.
Con salario minimo si intende la paga più bassa che, per legge, può essere conferita ai lavoratori. Il salario minimo può essere istituito in relazione all’ora, al giorno, alla settimana o all’anno. (openpolis)
“La contrattazione collettiva costituisce, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 36 della Costituzione, lo strumento per la determinazione del salario giusto, assicurando ai lavoratori un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”. (articolo 1 comma 7 Decreto-legge 2026 n. 62)
Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3. Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio». (“Avvenire” – Antonio Fera)
Sinceramente non vedo alcuna contrapposizione tra questi concetti: sono complementari; fissare una soglia minima per legge non vuole assolutamente dire misconoscere l’importanza delle trattative sindacali, così come non significa ridurre il salario ad un concetto meramente economico a prescindere dal contesto umano e sociale in cui viene effettuata la prestazione lavorativa.
Il Parlamento faccia il suo mestiere e determini almeno una retribuzione minima di sussistenza per i lavoratori, senza illudersi che fatta la legge non sussista l’inganno: se ci mettessimo su questo piano dovremmo eliminare tutte le leggi in una sorta di liberismo isterico e globale.
I sindacati dei lavoratori facciano la loro parte adeguando equamente le retribuzioni alla qualità del lavoro prestato, tenendo conto, come base imprescindibile, del minimo salariale di legge. Illudersi che la contrattazione collettiva possa essere onnicomprensiva ed esaustiva è un escamotage deresponsabilizzante a livello istituzionale e politico.
Che poi i rapporti di lavoro debbano essere contestualizzati in un clima socio-economico moderno che tenga conto delle esigenze e delle aspettative umane dei lavoratori, con riguardo soprattutto ai più giovani, mi sembra cosa ovvia anche se estremamente complessa ed impegnativa.
Non serve incartarsi nelle definizioni e giocare allo scaricabarile né nascondersi dietro alla teoria dribblando la pratica. Perché tanta ritrosia governativa? Non capisco e, se capisco, rifiuto drasticamente questo modo pilatesco di non affrontare i problemi che toccano i soggetti più deboli e più esposti alle ingiustizie patentate.
Va da sé che la fissazione per legge di un salario minino non risolva del tutto il problema, ma intanto cominciamo a mettere questo mattoncino che male non può fare alla costruzione di un trattamento equo del lavoro, combattendo almeno la vergognosa prassi dei salari da fame.
