Quando i penultimatum arrivano a scadenza…

Un sordo rumore di sciabole si indovina in questi giorni a Washington fra i corridoi del potere. Le sensibili antenne della Casa Bianca lo hanno già colto e soprattutto lo ha avvertito il presidente, approssimandosi il 28 aprile, data entro la quale fra promesse, profezie e ultimatum la guerra con l’Iran dovrebbe forzatamente concludersi. Ciò che ancora separa Donald Trump da una satrapia di tipo assiro-babilonese è il Congresso, baluardo di quella che fu una democrazia parlamentare e che ora sta per giocare la propria carta costituzionale.

L’incaglio nel quale The Donald rischia di andare a sbattere è il War Powers Act, una legge federale che limita la facoltà del presidente di impegnare le forze armate senza un’autorizzazione del Congresso, obbligandolo a informarlo entro 48 ore dal dispiegamento delle truppe e limitando la loro permanenza a 60 giorni (estensibili ad altri 30 per il ritiro) senza l’esplicita approvazione di Capitol Hill. Era stata la guerra del Vietnam a indurre nel 1973 le due Camere a varare un provvedimento che impedisse – com’era accaduto sotto la presidenza Nixon – l’indiscriminato allargamento del conflitto.

Non tutti i presidenti l’hanno rispettato. Nel 2011 Barack Obama aveva oltrepassato la soglia dei due mesi nel conflitto libico, sostenendo che non c’erano soldati americani sul campo. Bill Clinton aveva fatto considerazioni analoghe nella guerra del Balcani. Sono in molti a ritenere che Trump forzerà in ogni caso le disposizioni del Congresso, prolungando se occorrerà le ostilità con l’Iran. Ma è la sua popolarità ad esserne costantemente erosa: solo il 24% degli americani approva l’avventura del Golfo e la guerra condotta in partnership con Israele, tanto da aver fatto precipitare il consenso di Trump al di sotto del peggior livello raggiunto da Joe Biden.

Sullo sfondo ci sono le elezioni di medio termine di novembre, dove più che la politica estera per gli americani conteranno l’inflazione, i salari e il costo della vita. E soprattutto quel prezzo della benzina arrivato alla soglia fatidica dei 4 dollari al gallone, in crescita del 30% rispetto a due mesi fa (con lo speaker iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf che profetizza: «Rimpiangerete quei 5 dollari al gallone…»). Difficile per Trump riportarne il prezzo sotto i due dollari. E ancor più difficile sormontare quel rauco brusio che si leva anche dalle file repubblicane e dalla vasta e potente lobby dell’industria che nel Grand Old Party a trazione-Trump ripone sempre meno fiducia.

Ora attorno al cerchio magico del presidente si allarga un buco nero. Attorno al quale l’opposizione sta affilando le armi. È di ieri la notizia che i democratici della Camera hanno presentato cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo tra l’altro di abuso di potere e crimini di guerra. Provvedimento donchisciottesco e del tutto simbolico, in quanto la richiesta verrà bloccata dalla maggioranza repubblicana, ma indicativo di una corsa a ostacoli nella quale si percepisce l’affanno del presidente Trump. (“Avvenire” – Giorgio Ferrari)

La democrazia è diventata da tempo “mediocrazia”: al consenso basato sul voto elettorale e rappresentato a livello istituzionale si è sostituito il consenso ottenuto in via mediatica ed esercitato a scatola chiusa. Il consenso non è più concesso sulla scorta di valori e principi, ma sulla base di interessi più creati che carpiti.

Stiamo andando oltre rispetto a questo già simulacro democratico: siamo arrivati alla “teatrocrazia” laddove non valgono più nemmeno gli interessi, ma soltanto la percezione di una recita più o meno accattivante, che prescinde non solo dalle sedi istituzionali, ma persino dai sondaggi di gradimento, per accontentarsi delle emozioni del momento.

Trump sta facendo tutto questo sciagurato percorso. Primo passaggio: eletto in chiave mediatica se ne può fregare altamente del voto elettorale e delle istituzioni e può esercitare il potere senza freni. I valori sono i suoi: prendere o lasciare! Le regole parlamentari sono un optional se non addirittura un inciampo burocratico da bypassare.

Secondo passaggio: se i consensi misurati a livello di sondaggi calano vertiginosamente ai minimi (33%), se si dimettono ministri, se altre teste sono in bilico, se spunta un certo risveglio valoriale (immigrazione), se imperversa lo scandalo del caso Epstein, se si registra un rigurgito di ragionamenti economici (prezzo della benzina, problemi di lavoro, etc.), entra in scena la recita a soggetto senza copione e senza applausi, ma incontrovertibilmente autoreferenziale (bisogna vincere a tutti i costi…). Ed ecco che Trump gioca sugli annunci bellici: la guerra con l’Iran è sostanzialmente finita (non è vero, ma così viene dribblato il mancato consenso parlamentare…) ed ecco il rilancio puntato sulla storica spina nel fianco degli Usa, vale a dire Cuba.

Con l’approssimarsi del voto di midterm, il leader repubblicano ha deciso, così. di giocare la “carta Avana”. Lo ha fatto in un luogo strategico. Ha scelto la cena privata al Forum club di Palm Beach la notte del primo maggio – l’alba in Italia –, nel cuore della Florida anticastrista, per annunciare la «presa di Cuba». «Al ritorno dal Medio Oriente, forse potremmo chiedere alla portaerei Lincoln di fare una tappa nel Paese. Appena la vedranno a cento metri di distanza dalla costa, si arrenderanno», ha detto, con un certo compiacimento. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Terzo passaggio: se qualcosa comincia a scricchiolare a livello istituzionale, se qualche sassolino entra nelle scarpe dei cittadini, se le complicazioni diventano ragguardevoli, ecco spuntare la strategia dei penultimatum volta a portare all’infinito le verifiche, tenendo tutti col fiato sospeso. Ogni ostacolo viene rimosso e si ricomincia tutto daccapo in una sorta di gioco dell’oca trumpiano.

In questo bailamme antidemocratico un Papa ha osato alzare il ditino ed obiettare sventolando il valore dei valori (la Pace), minando cioè alla radice il castello trumpiano. Non valgono i voti che si possono comprare, non contano i sondaggi che si possono truccare, non contano gli interessi che si possono conquistare, non contano gli applausi che si possono cliccare, le bombe che si possono sganciare. Vale la verità! E Trump non può che incazzarsi e chiedere cos’è la verità. La risposta lui non ce l’ha. Il Papa sì. E allora dal gioco dell’oca si può passare ad un gioco ben più eticamente e politicamente invasivo.