In corteo non tutti i gatti sono bigi

La giornata, soprattutto a Milano, parte in salita già prima di iniziare. È lo stesso sindaco, Giuseppe Sala, ad ammettere che la festa sarà «delicata». La Brigata ebraica, che dovrà sfilare insieme a cittadini iraniani, ucraini, georgiani, diventa il bersaglio principale dei Pro palestina. E il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo non abbassa i toni. Anzi. «Le bandiere di Israele e Usa non sono le benvenute», dice. «Se qualcuno non ci vuole viola la memoria del 25 aprile», avverte il direttore del Museo della Brigata ebraica, Davide Romano, prima della partenza. Ma l’atmosfera è già rovente. «Via i servi di Usa e Nato e i sionisti, per una nuova liberazione», gridano i manifestanti. E aggiungono: «assassini», facendo partire fischi anche in direzione di Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre. L’esponente del Pd Emanuele Fiano denuncia attacchi verbali antisemiti: «Uno ci ha detto, siete solo saponette mancate». La situazione è degenerata. Il corteo, intanto, parte, ma la contestazione continua. I militanti gridano «fuori, fuori» alla Brigata ebraica. E mentre la testa riesce ad arrivare in piazza Duomo, lo spezzone principale resta bloccato all’incrocio con via Senato e corso di porta Venezia, a causa delle proteste. Per ragioni di ordine pubblico, le forze dell’ordine chiedono alla Brigata di uscire dal corteo. Dopo oltre un’ora e mezza di stallo, il gruppo ebraico viene accompagnato fuori dalla polizia in tenuta anti sommossa. Fiano insorge: «Ci hanno cacciati dal corteo, non è mai successo in cinquanta anni. Le istituzioni non ci hanno permesso di sfilare, è una vergogna». Anche Romano protesta: «Siamo stati cacciati dalla polizia, ne parleremo». (“Avvenire” – Giuseppe Muolo)

La celebrazione della Festa della Liberazione non è un evento asettico, ma un fatto squisitamente politico. Quindi non c’è da scandalizzarsi se risente di un clima pazzesco a livello internazionale che si ripercuote sulla situazione politica italiana.

Invece di stracciarsi le vesti coloro che sono stati discriminati per essere comunque riconducibili al mondo ebraico dovrebbero chiedersi il perché: il governo di Israele sta portando avanti da tempo una politica a dir poco discriminatoria nei confronti dei Palestinesi nonché una politica di stampo squisitamente imperialista in medio-oriente, il popolo israeliano non si dissocia e anche gli esponenti del mondo ebraico in uscita fanno molta fatica a prendere le distanze.

È, oserei dire, inevitabile anche se censurabile che l’antisemitismo risorga e arrivi a sporcare eventi come la celebrazione della festa della liberazione dal nazifascismo. La guerra portata avanti da Israele confonde le menti come tutte le guerre. Al genocidio dei palestinesi a cui si sta aggiungendo quello dei libanesi non è facile rispondere con i giusti distinguo della storia, della cultura e della democrazia.

Vorrei adottare una similitudine calcistica forse un po’ forzata ma significativa.

Mio padre mi insegnava e mi ricordava che, dentro lo stadio, si rimane uomini non si diventa bestie e da uomini ci si deve comportare in ogni situazione.

Di questo, nella sua generosa e convinta ingenuità, era sicuro al punto da teorizzare che il tifoso, se si comporta correttamente o almeno evita certi eccessi e certe intemperanze, può recarsi in qualsiasi stadio del mondo senza correre rischio alcuno e senza rinunciare a sostenere la propria squadra.

Cosa voglio dire a costo di essere frainteso e finanche considerato un antisemita o un antisionista? Se i partecipanti ai cortei del 25 aprile si presentassero con le carte in regola rispetto alle guerre scatenate da Israele, avendole apertamente rifiutate e condannate senza se e senza anche nei loro presupposti di ingiustizia, non penso che verrebbero aggrediti, discriminati e allontanati. Purtroppo il mondo ebraico ha uno strano pedigree: atroce vittima della shoah e omertoso osservatore delle shoah contro i palestinesi, nascoste dietro i soliti pretesti dell’antiterrorismo.

Il 25 aprile è, come sostiene giustamente il presidente Mattarella, un’occasione unificante, non però all’insegna del vogliamoci bene, ma nella chiarezza delle responsabilità della storia passata, presente e futura. Nei cortei celebrativi non tutti i partecipanti sono bigi: chi era e chi è dalla parte sbagliata non può pretendere una benevola accoglienza. Nessuno ha il diritto di aggredire e di fare violenza in nome dell’antifascismo e dell’antinazismo, ma nessuno ha il diritto di partecipare senza avere le carte in regola. E chi decide sulla regolarità delle carte?  La storia passata, ma non solo quella, anche la storia presente e quella che si prospetta per il futuro.