«Abbiamo liberato l’Ungheria!». Péter Magyar saluta così il suo straordinario trionfo, accolto dalla folla festante sulle note di «My way» di Frank Sinatra alla grande piazza Batthiány, sulle rive del Danubio dalla parte di Buda, con il neogotico Parlamento proprio di fronte dall’altra parte del fiume. Budapest è stata tutta la notte in festa, con caroselli di auto, gruppi di gente festante ovunque, concerti in piazza, sembrava quasi che l’Ungheria avesse vinto i Mondiali di calcio. Perché la gente non ne poteva davvero più del governo Orbán, segnato sempre più da corruzione, autoritarismo e occupazione dei media e delle istituzioni. E questo ha consegnato il grande trionfo a Tisza, il partito di Magyar, che ha ottenuto non solo il 53,6% dei voti contro il 37,8% di Fidesz, il partito di premier uscente, ma, cosa essenziale, ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, con 138 seggi (contro i 55 di Fidesz), il che gli consentirà agevolmente anche modifiche costituzionali per revocare le riforme istituzionali in senso autoritario del governo Orbán, attuando quanto richiesto dall’Ue per poter avere accesso ai fondi bloccati. Un ruolo fondamentale ha giocato anche l’affluenza da record, la più grande di sempre: il 77,8%.
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«Collaboreremo con spirito costruttivo» ha dichiarato la premier Giorgia Meloni. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán – ha aggiunto – per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione». Adesso l’attesa è che Budapest finalmente sbloccherà il mega-prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentissimo e consentirà l’apertura di capitoli negoziali con il Paese di Volodymyr Zelensky (il quale, pure lui, naturalmente si è congratulato) anche se ha annunciato un referendum sull’adesione di Kiev. In generale, l’attesa che la politica dei veti che inceppano l’Europa sia finita, anche se molti a Bruxelles non si aspettano che Magyar sarà un partner facile. Certo è che la sua vittoria è un duro colpo per i due grandi sponsor di Orbán: l’amministrazione Usa di Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che aveva nel premier uscente un forte alleato che ha ostacolato in ogni modo il sostegno a Kiev e le sanzioni a Mosca. Del resto, il compito che attende Magyar in patria è a dir poco erculeo: Orbán ha occupato tutti i gangli vitali delle istituzioni e dell’economia, con riforme costituzionali che hanno indebolito il sistema democratico della divisione dei poteri in nome di quella che ha definito «democrazia illiberale». Il tutto dividendo la società con campagne di odio. Far guarire il Paese sarà un lavoro lungo e difficile. E Magyar non potrà fallire, l’attenzione, e l’attesa, su di lui è enorme. (“Avvenire” – Giovanni Maria Del Re, inviato a Budapest)
Vance se ne torna negli Usa con le pive nel sacco, le destre europee più o meno euroscettiche subiscono una bella batosta, i leader europei si entusiasmano (fin troppo), Giorgia Meloni mastica amaro e ringrazia Orban (di cosa?). La democratura globale può attendere.
L’Europa però ha vinto soltanto una piccola anche se importante battaglia, la guerra per l’Unione europea è ancora lunga e piena di difficoltà. Donald Trump ha perso uno dei suoi riferimenti tattici e Putin ha perso un subdolo alleato.
Non credo che Péter Magyar sia un campione di progressismo e di europeismo anche se di questi tempi bisogna accontentarsi. Chi vivrà vedrà. Penso che il buon futuro europeo non sia tanto dipendente dalla coesistenza pacifica dei nazionalismi, ma dalla trasversale spinta ad opera della politica di una sinistra che finalmente esca dal buco per sconfiggere il moderatume e la reazione. Mi preoccupa infatti molto il moderatume, la sua equivoca configurazione, la sua sete di potere, la sua vocazione pseudo-democratica. Potrebbe e dovrebbe essere il momento per l’esame finestra degli europeismi di maniera (quelli contenuti nel barile del Ppe).
Ci sono alcune partite aperte che mi inquietano: il riarmo camuffato da difesa comune, il ruolo di vaso di coccio pacificatore in un mondo di vasi di ferro bellicisti, la coniugazione dell’atlantismo riveduto e corretto. Il problema Ucraina, è inutile nasconderlo, complica e scombina ulteriormente questi discorsi.
Solo una classe dirigente adeguata può quadrare questi cerchi. Non la vedo! L’Italia al riguardo da Paese fondatore e trainante è diventata un peso morto. Che vergogna!
Per adottare certe decisioni fortunatamente non ci sarà più l’alibi Orban, ma non basterà. Qualcuno magari, anche nel nostro Paese, è già pronto a prenderne il posto: il filo di collegamento euro-trumputiniano è difficile da recidere e può essere addirittura rilanciato nella contestualizzazione del dopo Orban. Viene spontaneo il processo alle intenzioni: cavalcare in modo elegante l’euroscetticismo può rappresentare un espediente insensato italiano per rimanere a galla dopo la batosta referendaria e gli imbarazzi bellici filotrumpiani, per mantenere incollata con la mera saliva la maggioranza di governo, per continuare a tenere i piedi in molte paia di scarpe. A buon intenditor poche parole. A pensar male…
