Le belliche convergenze parallele

Il conflitto in Medio Oriente assomiglia sempre più a due guerre parallele, dove, nella loro escalation contro l’Iran, Stati Uniti e Israele perseguono obiettivi diversi e non sempre conciliabili. Washington ufficialmente continua a indicare come priorità strategica impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. «Non è il punto principale cambiare il regime», ha precisato Donald Trump. Ma è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una “exit strategy”.

Israele invece dall’inizio punta, e continua a puntare, a smantellare in profondità il regime iraniano e a ridisegnare gli equilibri di potere nella regione. Perché per Israele l’Iran è una minaccia diretta e permanente, da neutralizzare anche al costo di destabilizzare l’intera regione. Per gli Stati Uniti, invece, disinnescare le ambizioni nucleari della Repubblica islamica deve quadrare con la sicurezza degli alleati del Golfo, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’equilibrio dei mercati energetici, per ragioni strategiche ed anche economiche e interne.

Le mosse militari dei due Paesi lo dimostrano. Se nelle prime due settimane gli attacchi congiunti hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, con il passare le scelte si sono separate. Washington ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sulle capacità missilistiche, navali e sui sistemi che minacciano il Golfo e le rotte energetiche. Israele, invece, ha esteso il raggio d’azione a obiettivi interni, apparati di sicurezza e persino infrastrutture civili strategiche, come i giacimenti di gas. E qui è emersa la frattura più evidente.

L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars – seguito da ritorsioni iraniane contro impianti energetici in Qatar e Arabia Saudita – ha costretto Trump a richiamare Benjamin Netanyahu, affermando che gli Stati Uniti «non sapevano nulla» dell’operazione. Negli ultimi giorni, infatti, Trump sembra aver gradualmente perso il controllo del conflitto. Il prezzo del petrolio, la tenuta dei mercati e il consenso elettorale sono strettamente intrecciati, ma Israele sembra spingere sempre più decisamente in direzione opposta. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Da tanto tempo e sempre più mi chiedo in cosa consista l’enorme potere espresso dallo Stato di Israele, forte al punto da condizionare o addirittura determinare il comportamento degli Usa e dell’intero Occidente. Una delle conseguenze, forse la più rilevante, della presidenza Trump consiste proprio nella smaccata dipendenza da Israele: tutti ricorderanno la parodia alla Knesset in occasione della celebrazione della tregua (?) a Gaza. Si intuiva che gli Usa si consegnavano mani e piedi allo storico alleato.

Al di là del potere detenuto negli Usa dalla lobby israeliana, al di là dell’influenza economica esercitata in tutto il mondo, al di là della potenza militare raggiunta, al di là dell’efficienza dei sevizi segreti, al di là dell’intelligenza di un popolo sparso dappertutto e saldamente ancorato alle tradizioni religiose, al di là delle intelligenze culturali e scientifiche, al di là di tutto rimane l’interrogativo da cui sono partito?

Una ben strana democrazia in cui comandano i capi religiosi, in cui le leadership si fanno e si disfano a proprio piacimento, in cui prevale il terrore per il nemico piuttosto che la fiducia nell’amico, in cui il senso patriottico sembra togliere la capacità critica alla popolazione, in cui le contraddizioni interne vengono regolarmente risolte dalle azioni esterne, in cui la storia presente non riesce a superare i fantasmi del passato ma li esorcizza in continuazione, in cui prevale irrazionalmente l’occhio per occhio occupando lo spazio di ogni e qualsiasi compromesso politico, in cui viene brandito l’antisemitismo, impropriamente fatto coincidere con l’antisionismo, per tamponare sul nascere le opposizioni e le critiche, in cui la miglior difesa e sempre e comunque l’attacco.

Come si fa ad andare d’accordo con un simile alleato? Una sfida impossibile che sbocca immancabilmente nella guerra al nemico. Da sempre Israele considera l’Iran il nemico giurato da spazzare via e a stretto rigore può avere mille ragioni da accampare, ma da questo imbuto bellicista non si esce vivi. Marco Pannella ipotizzava l’ingresso di Israele nella Ue: era un apparente strafalcione geopolitico, che però poteva essere un’interessante modo per arginarne istituzionalmente e diplomaticamente l’incontenibile strapotere.

Il diritto internazionale e gli organismi ad esso preposti non sono riusciti a porre un freno ad Israele, figuriamoci ora che il multilateralismo è andato in soffitta…ora che negli Usa prevale inesorabilmente la logica del più forte…ora che si profila un globale e definitivo redde rationem…ora che le guerre si succedono, si sovrappongono, divergono e convergono ad un tempo…ora che le convergenze belliche sono schizofrenicamente parallele… ora o mai più…