«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle Nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria. Ci impegneremo inoltre a fornire supporto alle Nazioni più colpite, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali».
La politica è purtroppo l’arte del “dire e non fare” o addirittura del “dire e non dire”, se non del “dire e disdire”. E la chiamano diplomazia…
Mi sovviene al riguardo una gustosa barzelletta, anche se la materia drammatica non si presta molto a simili divagazioni, ma l’equilibrismo diplomatico invece esige sarcasmo per non soccombere alla vergogna.
Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte, ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».
Al di là dell’ironia non riesco sinceramente a capire cosa intendano fare i magnifici sette: troppo grossi gli interessi economici per chiamarsi fuori; troppo grossi i rischi bellici per entrare in guerra seppure “äd zgaidón”, vale a dire di sponda o di traverso; troppo forti gli Usa e Israele per essere mandati al diavolo; troppo grandi i sacrifici per una politica di pace; troppo grande la tentazione di stare comunque dalla parte del più forte.
Sembra che gli americani siano divisi a metà nel consenso alla guerra all’Iran; gli israeliani sembrano essere tutti d’accordo; gli europei sembrano essere in tutt’altre faccende affaccendati; gli italiani hanno paura del terrorismo, ma sperano nel Vaticano e nella tradizione favorevole. La storia insegna che le guerre servono a distrarre le pubbliche opinioni dai problemi quotidiani per incastrarle nelle false diatribe ideologiche e allontanarle persino dai loro interessi reali. Nemmeno la minaccia nucleare scuote la gente: passa infatti il messaggio che la guerra serve a esorcizzare il rischio atomico. E allora decide la follia di chi comanda: ci sono tanti tipi di follia…
Mio padre diceva in riferimento ai governanti di tutto il mondo: “Quand as trata äd fär un po’ d päza i tacàgnon cmé di mat, quand as trata äd fär d’il guéri ien tùtt dacordi”.
