Per la politica la matematica è solo un’opinione

La musica e la matematica sono intimamente connesse da rapporti numerici, ritmo e proporzioni strutturali fin dall’antichità. Dalle frequenze delle note (ottave, quinte) alle frazioni temporali del ritmo, la musica è un’espressione matematica. Pitagora ha scoperto che le armonie si basano su proporzioni semplici, definendo la musica come “aritmetica sonora”. 

Ascoltando e leggendo i commenti politici di Piergiorgio Odifreddi, un matematico di chiara fama, mi sono chiesto se non dovrebbe sussistere una connessione tra politica e matematica-fisica. Perché in politica due più due non fa mai quattro; perché in politica ad ogni azione non corrisponde una reazione uguale e contraria?

Odifreddi afferma con estrema semplicità: “Non credo che il governo di Israele sia tanto più democratico e meno fondamentalista di quello iraniano. Tra l’altro, non dimentichiamoci che Netanyahu è un criminale di guerra su cui pende un mandato di cattura internazionale, esattamente come su Putin”. Due più due fa quattro!

Si chiede Odifreddi: “Perché all’atto dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sono partite immediatamente sanzioni a carico dell’invasore, mentre verso l’aggressione all’Iran da parte di Usa e Israele c’è tanta comprensione da parte dei Paesi europei?”. Azioni e reazioni non combaciano!

Provo anch’io a mettermi nella logica di Odifreddi. Perché le reazioni israeliane agli attacchi di Hamas ed Hezbollah sono così sproporzionate, ben oltre le storiche decimazioni? Hamas sta ad Israele come 1139 morti stanno a 162mila morti? I conti non tornano. Ad un pur orrendo crimine si risponde con un vero e proprio genocidio. Sta succedendo anche in Libano…dove piove sul bagnato, le migrazioni e le povertà si sovrappongono, la gente viene messa sulla bilancia truccata da Israele, che in questo modo aumenta la pressione sul governo libanese perché disarmi Hezbollah: un milione di sfollati, quasi mille gli uccisi, 116 sono bimbi.

Ahmad non ci ha nemmeno pensato. Quando le bombe sono cominciate a cadere su Yanuh, sfiorando la fattoria dove lavorava, ha preso quel che poteva ed è partito. Non aveva amici o parenti a cui chiedere asilo nelle città e paesini al nord del Litani. Ha, dunque, percorso il centinaio di chilometri per Beirut e ha proseguito fino a Ghosta, percorrendone altri trentasei sulle montagne. Là ha bussato alla porta del convento di Saint Germaine. «Sapevo che me la avrebbero aperta anche stavolta. Lo avevano già fatto nel 2024 quando tutti me l’avevano sbattuta in faccia. Nelle emergenze, nessuno può e vuole farsi carico degli stranieri». Il trentaseienne è arrivato in Libano da Khartum, in fuga da un altro conflitto. Come la gran parte dei 250mila migranti africani – soprattutto eritrei e sudanesi – presenti nel Paese, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Braccia a basso, bassissimo costo – impiegate spesso addirittura in condizioni di semischiavitù – per l’agricoltura e l’edilizia. Molti di loro, dunque, sono approdati nei campi del sud, a ridosso del confine israeliano, dove li ha colti la nuova guerra. Sono, così, dovuti scappare ancora, unendosi all’esodo generale. Una marea umana che sale vertiginosamente, al ritmo di quasi 100mila al giorno. La soglia del milione è stata ormai ampiamente oltrepassata. Quasi un quinto della popolazione, contando l’oltre 1,5 milioni di siriani rifugiati da più di un decennio. «Immagina che in Italia, dieci milioni di persone siano sfollate in poco più di due settimane… È una situazione estrema. E in simili contesti, purtroppo, si scatena la più tragica delle guerre: quella fra poveri. Non mi sorprende, dunque, che molti centri escludano i migranti. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi, inviata a Beirut)  

Ha senso massacrare il popolo iraniano per coprire ideologicamente altri massacri e dargli l’illusione di una svolta democratica portata dall’esterno da chi sta facendo carta straccia di ogni e qualsiasi regola, da chi punta solo ed esclusivamente a fare i propri sporchi affari, da chi ha sostenuto regimi sanguinari e feroci in tutto il mondo solo perché gli facevano comodo? Ha senso far credere al mondo che la panacea di tutti i mali sia la caduta del regime iraniano, mentre in realtà Israele punta a diventare potenza esclusiva nel medio-oriente e gli Usa puntano a fare terra bruciata intorno alla Cina? L’Iran è solo il pretesto per cercare una combinazione fra i quattro imperialismi che si fronteggiano.

In questo quadro desolante l’Europa col proprio insensato riarmo mira a diventare il quinto imperialismo oppure a saltare (sarebbe meglio dire a rimanere) obtorto collo sul carro imperialista americano. Paradossalmente meno male che i Paesi europei sono fra loro divisi e non se la sentono di entrare apertamente in guerra: lo faranno opportunisticamente solo un pochettino in base ai trattati vigenti e sotto l’insistenza-ricatto di Trump. Prima o poi saranno dissuasi dal testardo e velleitario appoggio all’Ucraina. Sì, perché rischiano di fare la parte dell’ultimo soldato giapponese: loro continuano ad armare l’Ucraina mentre Trump tratta con la Russia (vedi apertura al petrolio) e magari li batterà sul tempo nell’approccio tattico alla Cina. Prima o poi saranno vittima del terrorismo islamico e pagheranno ancora una volta il loro storico colonialismo e il loro assurdo cordone ombelicale con la matrigna israelo-statunitense.

L’Italia sta diventando la comica finale che viene proiettata alla fine del film drammatico e avventuroso. A Giorgia Meloni ed al suo governo non rimane altro che fare la buffona di corte di Trump oppure il Gian Burrasca dell’Europa disunita oppure l’infermiere di Tata dell’ospedale universale.

Piuttosto patetico il canto del cigno dell’Europa che chiama l’Onu. Dopo il “grande no” agli Stati Uniti sullo stretto di Hormuz, l’Ue prova a immaginare uno scenario alternativo, subordinato, necessariamente, a una de-escalation. Il dialogo tra Bruxelles e il Palazzo di Vetro, nel nome della difesa quasi disperata del multilateralismo (“Avvenire”).

Non so se sia un escamotage dialettico consigliato dal buonsenso mattarelliano o un auto-SOS crosettiano: specchietti per le allodole italiane che assistono passivamente, se non distrattamente, alla fine del mondo politico o alla fine politica del mondo. La speranza è l’ultima a morire? Se andiamo avanti così è in avanzato stato di decomposizione!