Leader amorali e follower umorali

Non ho alcuna remora nel dire e nel ripetere che gli Stati Uniti sono un Paese imperialista. Esercitano questa politica da ben 85 anni. Del resto, questo predicava la dottrina Monroe del 1823 che il presidente Donald Trump ha deciso di prendere alla lettera e, addirittura, di espandere a tutto il globo nella variabile del Corollario Roosevelt. Questo modus operandi è una postura: culturale, politica, economica.

Gli Stati Uniti hanno sempre voluto essere il Paese unico dominante. La cosa fondamentale, per agire in questo modo, è individuare, di epoca in epoca, il nemico: prima furono i nazisti, poi l’Unione Sovietica, a un certo punto i khmer rossi, poi il terrorismo islamico. Adesso è la Cina. Nel caso specifico dell’Iran, la decisione di attaccare è volontaria. Giustificata, certo, dalla teoria della mossa “preventiva”. Anche se non c’era alcuna evidenza che Teheran avrebbe colpito per prima.

Come altre volte, questa è anche una guerra per l’elezione o la rielezione. Vale per Trump negli Stati Uniti e vale per Benjamin Netanyahu in Israele. Ma continuo a credere che il tycoon sia stato precipitato in questa scelta dalla pressione del premier israeliano, da una parte per compiacerlo e dall’altra per portare a termine una strategia di domino: annichilire tutti i Paesi del Medio e vicino Oriente in modo che nessuno possa diventare prevalente rispetto a Israele. Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Yemen: in questi quarant’anni, tutti hanno avuto la stessa sorte.

Non è un sogno, la pace: è diventata una cosa concreta quando, nel 1945, sono nate le Nazioni Unite, volute proprio per garantire l’armonia globale. Questa armonia può esistere a una condizione: che il mondo sia multipolare e che le grandi potenze, anche con atteggiamenti coloniali, siano bilanciate. Ma quando c’è un solo Paese molto potente in posizione di preminenza, salta il banco. Gli Stati Uniti sono gli unici al comando da anni. Hanno la sindrome dell’impero romano. Aveva ragione William Fullbright quando parlava di “arroganza del potere”.

In un negoziato ottieni quello che puoi, non quello che chiedi. L’arte pragmatica del negoziare comprende la rinuncia a un qualche bene superiore, non personale ma comunitario, che non va interpretata come sconfitta. È così che si salvaguarda la pace. Purtroppo, oggi, non vedo nessun politico di alto rango capace di quest’arte.

(Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987, come da intervista rilasciata a Laura Silvia Battaglia di “Avvenire”)

Consiglio di leggere integralmente l’intervista da cui ho tratto i passaggi, a mio giudizio, più significativi. Concordo pienamente in tutto e per tutto con l’analisi geopolitica che emerge: così lucidamente provocatoria e così storicamente e diplomaticamente propositiva. Da essa esce anche un profilo inquietante di Donald Trump: non un malato mentale, ma un lucido imperialista.

L’ho messa in collegamento con “Io, Vladimir”, il racconto in prima persona dell’ascesa del presidente russo dall’infanzia poverissima alla conquista del Cremlino, ricostruito da Stefano Massini: consiglio di rivedere anche questa serata evento.

In quali mani è il mondo? Nelle mani di due personaggi, Trump e Putin, amorali che odiano la politica in tutte le sue basi ideologiche e culturali. È detto tutto! Entrambi intendono prendere alla lettera ed espandere a tutto il globo la dottrina Monroe che delineò l’emisfero occidentale come sfera d’influenza statunitense, mentre Putin ipotizza l’oriente come sfera d’influenza dell’impero russo. I due non possono, in un certo senso, che andare d’amore e d’accordo: per loro la democrazia è un incidente di percorso, la pace un ingombrante optional e il consenso il frutto proibito della paura. Lo spaventoso rischio è che anche le loro società possano finire con l’assomigliarsi quanto a indifferenza, superficialità ed egoismo.

Esistono però due variabili a questo folle ma realistico disegno “geoantipolitico”: l’Europa e la Cina. Sono i nemici di Trump e Putin, anche se per Putin il discorso è molto più arduo, considerata la debolezza economica della Russia.

Il potere in Cina è amorale e antipolitico? Forse sì, forse no. Combinare il capitalismo più spinto con il comunismo più becero è una sfida alla politica; la leadership cinese non credo sia totalmente amorale, la riterrei piuttosto completamente opportunistica (la differenza è sottile, ma notevole).

E il potere in Europa? È troppo frastagliato per essere antipolitico, troppo tradizionale ed istituzionalizzato per essere amorale, molto compromesso ed affaristico e quindi immorale.

E allora via al coraggioso (anche se privo di visione) negoziato euro-cinese prima che sia troppo tardi e che l’Europa e la Cina vengano risucchiate in una logica asfissiante e globalizzante di compromesso ai più bassi e mafiosi livelli (quello che sta già da tempo avvenendo fra Trump e Putin). Una sorta di negoziato in progress, che potrebbe trasformare lo stato di necessità in un incontro di strane ed occulte virtù.