Il referendum non è un processo alla Magistratura

La bagarre che sta montando intorno al referendum sulla giustizia ha un pregio e molti difetti. Da una parte infatti si sta dissolvendo la nebbia dello scetticismo sul tema, preludio all’astensionismo e ad un risultato falsato. In mezzo alla burrasca referendaria che si è scatenata la gente forse comincia a capire che il gioco è politico e rilevante per i destini della democrazia in quanto va a toccare gli equilibri istituzionali costruiti esemplarmente dalla Costituzione.

Dall’altra parte il governo e la maggioranza parlamentare stanno alzando i toni dimostrando insofferenza e addirittura ostilità preconcetta verso l’associazione nazionale magistrati, costretta a difendersi ansiosamente dai colpi sotto la cintura con il rischio di (s)cadere in un clima di scontro in cui gli italiani possono finire col perdere la bussola.

Il governo comprende che la partita si sta facendo incandescente ed ha paura di perderla con tutte le conseguenze politiche del caso. Il ministro Nordio, oltre che esporre la compagine ministeriale a brutte figure sul piano dialettico, sta facendo la parte del mastino che abbaia per paura, pronto ad azzannare chiunque passi nei dintorni della sua riforma (?). È possibile che continuamente, magari con una studiata eco a livello dei telegiornali Rai, a turno un ministro o la stessa Presidente del Consiglio si permettano di censurare sentenze e pronunciamenti dei giudici: campagna elettorale della più bassa specie e triviali violazioni alla Costituzione laddove prevede la divisione dei poteri e l’autonomia della Magistratura.

La consultazione potrebbe funzionare come una sorta di elezione di mid term da cui l’attuale governo uscirebbe comunque indebolito e schiavo di un folle redde rationem istituzionale: in caso di vittoria del “sì” con l’inizio di una vera e propria guerra che pregiudicherebbe ogni e qualsiasi intento, più o meno scoperto, di controllo e di influenza sulla magistratura; in caso di prevalenza del “no” con la clamorosa bocciatura di un tentativo di avviare subdolamente un nuovo assetto di sistema anti-costituzionale, che lascerebbe un segno politico indelebile di inaffidabilità del centro-destra, stretto fra inaccettabili e deleteri opportunismi internazionali e inquietanti volontà autocratiche.

Dal canto suo la Magistratura però non dovrebbe prestarsi allo scontro, limitandosi alla difesa dei principi costituzionali all’interno dei quali è chiamata a svolgere autonomamente la propria funzione: rispondere alle provocazioni e farsi trascinare nel bailamme politico è estremamente pericoloso. Bisogna, dopo aver esposto positivamente, chiaramente e schiettamente il proprio motivato parere, nutrire fiducia nella capacità di giudizio degli elettori.

Il presidente della Repubblica, anche nella sua funzione di presidente del CSM, avrebbe, a mio giudizio, il delicatissimo compito di riportare il dibattito referendario alla sostanza del quesito ed al suo significato costituzionale. Speriamo che, finito il festival di Sanremo e terminate le Olimpiadi invernali, abbia il tempo di aiutare i cittadini a votare consapevolmente. Gliene saremmo oltre modo grati.