Gli Stati Uniti «non cercano di dividere, ma di rivitalizzare un’antica amicizia». Lo ha sottolineato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che ha vestito i panni della “colomba” nel suo intervento questa mattina alla Conferenza di Monaco, un anno dopo il discorso aggressivo del vicepresidente JD Vance. Rubio ha mostrato per la prima volta un volto dialogante da parte della Casa Bianca.
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Quanto al tema dell’immigrazione, «non è una preoccupazione marginale dalle scarse conseguenze», perché nella visione della segreteria di Stato americana, essa sta «trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente» ed è necessario «ottenere il controllo dei nostri confini nazionali». Non si tratta di «xenofobia. Non è odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale, e non farlo non è solo un’abdicazione a uno dei nostri doveri più basilari nei confronti del nostro popolo. È una minaccia alle nostre società e alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà» ha detto Rubio
Al termine dell’intervento, c’è stata una standing ovation per Rubio. Introducendo una nuova sessione dei lavori, il presidente del Msc Wolfgang Ischinger ha chiesto a Rubio se «abbia colto il sospiro di sollievo in quest’aula mentre ascoltavamo quello che interpreterei come un messaggio di rassicurazione, di partenariato». (“Avvenire” – Giulio Isola)
In effetti, detto in negativo, Rubio sembra aver fatto la parte del poliziotto buono oppure – se si vuole parafrasare la famosa gag – del baritono contestato dal loggione, il quale se la cavò brillantemente con un “sentirete il tenore…”. In questo caso sono arrivati gli applausi, ma cosa succederà quando imperverserà ulteriormente sulla scena mondiale il tenore Donald Trump?
Mi sono riferito sopra – forse un po’ faziosamente – a quanto il segretario di Stato Usa ha dichiarato sul tema dell’immigrazione: non è certo un’apertura etico-politica, la definirei piuttosto una scappatoia farisaica per la quale non vale la pena spendere scroscianti applausi proprio nel momento in cui la società americana sembra socchiudere finalmente gli occhi sulle autentiche porcherie razziste innescate da Trump. Come dichiara lucidamente Daniel Chon-Bendit (storico leader del Maggio francese ed ex eurodeputato verde) in una intervista alla Stampa, l’asino europeo più o meno filo-trumpiano casca quando si passa ai contenuti come appunto il discorso dell’immigrazione e della regolazione climatica.
Non c’è da illudersi né con le orgogliose parole europeiste di Merz (con la comprimaria Meloni a fare il controcanto), né con le timide e ammiccanti aperture di Rubio (con le drastiche chiusure trumpiane in filigrana): due baritoni che fanno melina in attesa degli acuti tenorili degli euroscettici e degli americani first.
Sembra la diplomazia ridotta a teatro dei burattini, ad un teatro lirico in cui i baritoni ricevono applausi, ma poi quando arrivano i tenori… Con un finto dialogo senza valori e idealità si va poco lontano. Se l’Europa non trova il filo federalista, come sostiene Mario Draghi, se gli Usa non ritrovano il coraggio kennediano di dichiararsi europei, non possiamo che pestare l’acqua nel mortaio diplomatico o, peggio ancora, rovesciare sciaguratamente, come sta facendo Giorgia Meloni, lo storico discorso del presidente Kennedy dichiarandoci tutti trumpiani.
La nostra premier si basa, come scrive Ezio Mauro su La Repubblica, sugli equilibrismi. Ha il piede in quattro scarpe: è legata tecnicamente a Ursula von der Leyen per necessità; affettivamente ai patrioti di Orban e Vox per affinità; saltuariamente ai volonterosi per opportunità; soprattutto ideologicamente a Trump per consanguineità. Dove si spezzerà la corda troppo lunga dell’equilibrista? Da che parte starà nella profonda frattura che si è aperta tra Europa e Usa? Le guerre culturali Maga saranno anche le nostre? La risposta mette in gioco la fisionomia della destra, ancora in definizione tra l’approdo conservatore, popolare e la radicalità estrema identitaria, ma in gioco c’è qualcosa di più, il destino dell’Italia che non può essere condannata a camminare troppo a lungo sul filo.
