L’audience televisiva non combatte la criminalità

Non c’è rete tv che non abbia una trasmissione dedicata al crimine con particolare riguardo al femminicidio: è diventato un passatempo, un salotto giornalistico continuo, una sorta di maniacale e macabra passione mediatica che coinvolge il telespettatore inducendolo al morboso interesse.

Non c’è rispetto per le vittime di cui si indaga la vita senza alcun riguardo, i presunti colpevoli vengono immediatamente messi alla gogna, si auspica giustizia sommaria, si chiede giustizia proprio mentre si innescano processi mediatici a prescindere da ogni e qualsiasi regola giudiziaria.

I fenomeni criminali, tra cui il femminicidio è forse il più grave, meritano attenzione seria e analisi approfondite: il mezzo televisivo non è il più adatto al riguardo (almeno per come viene impostato e utilizzato). La spettacolarizzazione è dietro l’angolo e di certo non aiuta alla comprensione degli eventi.

Mi auguro che il suicidio dei genitori di un autore di femminicidio, verificatosi in questi giorni, non sia frutto dell’accanimento mediatico messo in atto senza scrupoli. L’orrore che si vorrebbe far uscire dalla porta rientra dalla finestra. Sembra che i pm ipotizzino il reato di istigazione al suicidio per la gogna mediatica subita dai due coniugi che ne hanno anche parlato nella lettera di addio lasciata all’altro figlio.

I dibattiti si sprecano e viaggiano sui binari della banalizzazione, della strumentalizzazione, del protagonismo e dell’opportunismo. Mentre a livello giornalistico si opera una stucchevole e triviale analisi dei fatti criminali, a livello politico si spacca il capello in quattro per render più o meno punibile e grave il reato di violenza sessuale. Si viaggia sul filo del rasoio tra “consenso libero e attuale” e “volontà contraria all’atto sessuale”, tra educazione sessuale a livello scolastico e il relativo placet famigliare. Su queste definizioni e questioni si crea contrapposizione politica. Purtroppo le soluzioni ai problemi criminali non stanno nei salotti televisivi e nemmeno nelle aule parlamentari. Il discorso è molto complesso e profondo.

Si dice che tutti devono fare la loro parte. Sono d’accordo, ma forse prima di fare la propria parte bisognerebbe conoscere bene il problema, altrimenti si fa solo confusione. Tutti dovrebbero fare un passo indietro, riflettere per evitare inutili scorciatoie e dannosi polveroni. Il diritto all’informazione è sacrosanto, quello alle chiacchiere da salotto ne è la fumettistica caricatura.

Non vorrei essere un giudice costretto ad applicare leggi poco chiare, approvate per tacitare le piazze e soddisfare i salotti. La politica che va per la maggiore tende a convincere la pubblica opinione che tutto si risolva con l’aggravamento delle pene; la gente si lascia convincere tanto per mettere a posto la propria incoscienza. I reati aumentano, ma almeno ne abbiamo parlato a vanvera e abbiamo legiferato giusto per coprire la nostra irresponsabilità!