Sono consapevole di avventurarmi su un terreno minato, ma mi corre l’obbligo, morale prima che politico, di sollevare due questioni rimaste un po’ tropo sullo sfondo delle celebrazioni della giornata della memoria: mi riferisco al tema delle responsabilità storiche del regime fascista e al silenzio sulle attuali responsabilità israeliane.
Sul primo punto il Presidente della Repubblica è da sempre lucidamente esaustivo: il regime fascista non è solo complice, ma sorgivo protagonista addirittura principale dal punto di vista culturale; non è caduto nell’incidente di percorso delle leggi razziali ma è stato criminale responsabile di una politica ventennale che ha portato l’Italia alla foce del disastro etico. Persino Giorgia Meloni, di fronte alla provocatoria chiarezza di Mattarella, ha dovuto pronunciare una condanna netta della “complicità del regime fascista” (meglio mardi che tai…).
Sul secondo punto, di una delicatezza e di una evidenza estreme, vale a dire sull’autentico olocausto di Gaza, non ho sentito coraggiose dichiarazioni di condanna: ha prevalso il timore di sporcare il martirio degli ebrei con quello dei palestinesi.
“Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare di Iran, Ucraina, Venezuela e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il giorno della Memoria”. Lo ha detto la senatrice Liliana Segre durante la cerimonia al Quirinale, sottolineando che “non può succedere che diventi occasione di una vendetta contro le vittime di allora”. “Si può, si deve parlare di Gaza – ha ribadito Segre – di Iran, di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale. Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah, non si può accettare che diventi una vendetta sulle vittime di allora. Il Giorno della Memoria – ha aggiunto Segre – non è per gli ebrei. È principalmente per tutti gli altri. Serve per ricordare la nostra storia, quello che fece l’Italia fascista di allora, la Germania nazista e molti stati europei contro le razze considerate inferiori, contro i più deboli e i diversi. Contro l’umanità. Il Giorno della Memoria è per ricordare i carnefici, ma anche quelli che si opposero, e i giusti che tentarono a costo della vita di salvare i perseguitati”. (Il Fatto Quotidiano)
Posso essere perfettamente d’accordo, ma perché non ammettere espressamente le gravissime responsabilità del governo israeliano nella vicenda di Gaza e nei suoi precedenti storici, perché non avere il coraggio di dichiarare apertamente che è proprio il governo Netanyahu a sporcare paradossalmente il giorno della memoria e a suscitare indirettamente certi rigurgiti di antisemitismo.
Il giorno della memoria serve per ricordare i carnefici di ieri, ma anche per condannare i carnefici di oggi e tra questi mi permetto di annoverare i terroristi di Hamas ma anche il loro dirimpettaio Benjamin Netanyahu.
Scrittrice, poetessa e regista, Bruck è nata nel 1932 in Ungheria in una famiglia ebrea. Deportata ad Auschwitz quando aveva 13 anni e poi passata anche per Bergen-Belsen e Dachau, rifiuta ogni tentativo di assimilare la Shoah ad altri massacri, pur riconoscendone la tragicità. “Difendo ogni dolore, ma nulla è paragonabile a ciò che è stato fatto agli ebrei. Gli altri sono massacri – terribili – ma nulla è paragonabile a quello messo in atto dai nazisti. Non dobbiamo appiattire questa tragedia immensa in cui, ricordiamo, hanno bruciato un milione di bambini”.
Per la scrittrice, il genocidio nazista resta l’unico nella storia per metodo e volontà di annientamento totale. Di fronte al riemergere dell’antisemitismo in Europa e nel mondo, Bruck fa una distinzione netta, che non minimizza il presente ma rifiuta l’uso improprio della memoria come slogan. “Non ho paura che la storia si ripeta”, rimarca. Anche se possono esserci “nuove tragedie”, anche perché “l’uomo non cambia”. Ma “un’altra Shoah non ci sarà”. Lo sguardo di Bruck – sopravvissuta alla deportazione a soli 13 anni – si allarga poi all’attualità geopolitica. Durissimo il giudizio su Donald Trump e sulle sue ambizioni internazionali. “Donald Trump si comporta come se il mondo fosse suo, vuole occuparsi di Paesi che non lo riguardano. Credo non si renda conto di quello che dice, c’è qualcosa che non funziona nella sua testa. Vuole fare il re del mondo?”. Secondo Bruck, l’idea di un Trump ‘pacificatore’ è una contraddizione in termini. “Non credo possa portare la pace in Medioriente: è megalomane, quasi infantile. Vuole il Nobel, la Groenlandia, ora la pace. Giocattoli. Il suo Board of Peace? Un giocattolo”. (lapresse.it)
Ho smisurata stima e commossa ammirazione per Edith Bruck, ma non capisco questa macabra classifica dei genocidi: se da una parte c’è il rischio di confondere la Shoah nel putrido calderone di tutte le malefatte dell’uomo, dall’altra parte c’è il pericolo di benaltrizzare le stragi precedenti e successive. La Shoah ha sue caratteristiche e peculiarità da non dimenticare, ma non perdiamo di vista le porcherie prenaziste di Trump e Netanyahu. Apprezzo e condivido il durissimo giudizio su Donald Trump, ma non dimentichiamo il suo sodale Netanyahu. Perché tanta patriottica fatica nel condannare senza se e senza ma il governo israeliano? Posso capire che sia difficile, per chi porta cicatrici indelebili del passato, guardare alle drammatiche malattie del presente, ma non impossibile. In fin dei conti ci sono state proteste fiume nei confronti delle riforme costituzionali portate avanti da Netanyahu. Cosa pensano gli israeliani e in particolare i sopravvissuti alla Shoah e tutti gli esponenti del mondo culturale del massacro dei palestinesi? Chiedo scusa, ma vedo una qualche sussiegosa omertà che (mi) fa male.
