I massimi sistemi e le minime strategie

L’Occidente moderno è stato ed è ancora un sistema-mondo. È stato Immanuel Wallerstein a chiamarlo così: un sistema-mondo occidentale che non abbraccia tutto il mondo ma che crea un suo mondo. Un sistema basato sull’individuo e sulla sua interiorità (intesa anzitutto in senso religioso e morale), sull’economia capitalista, su una rete politico-istituzionale a maglie larghe – quella degli Stati nazionali – e su una proiezione verso il resto del pianeta (colonialismo). Sorretto da un umanesimo cristiano, è stato capace di straordinaria innovazione tecnologica, di sviluppo economico sconosciuto alle epoche precedenti e di una raffinata creatività politico-istituzionale (sovranità popolare, Stato di diritto, democrazia, regolamentazione dei rapporti internazionali ecc.). (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Mentre il discorso si è drammaticamente spostato sui massimi sistemi e la loro profonda revisione, la politica rimane testardamente attaccata alle minime strategie di aggiustamento.

Al senso religioso e morale si è sostituita l’istituzionalizzazione dell’egoismo.

Trump sta semplicemente applicando su scala globale una vecchia regola di comportamento: tutto è moralmente lecito, a patto che le azioni condotte aumentino l’utilità generale o particolare. È il principio dell’utilitarismo, una teoria contro cui la Chiesa ha da sempre lottato. È l’esatto contrario della matrice cattolica, che ha favorito l’etica delle virtù e ha generato l’economia civile. In pratica: si legittima il perseguimento del proprio interesse come via maestra per ottenere un supposto bene collettivo. Non a caso, Trump non parla di trattati e di regole. Dice «mi conviene». Mi conviene prendermi la Groenlandia, mi conviene ricostruire Gaza e l’Ucraina… Per questo, pensa a comprare e a conquistare. È l’egoismo eretto a politica, che però esercita un fascino ancora più perverso nel momento in cui, come dice Jurgen Habermas, le democrazie occidentali hanno eroso il loro fondamento morale. (Stefano Zamagni – intervista ad “Avvenire”)

All’economia capitalista si sono sovrapposte impressionanti concentrazioni di potere tecnologico-finanziario che dettano le regole al sistema politico-istituzionale inadeguato a fronteggiarle.

Il colonialismo è stato sostituito dal subdolo sfruttamento dei Paesi sottosviluppati, che nel loro schizofrenico percorso di crescita diventano mine vaganti, pietre d’inciampo e fattori di subbuglio negli equilibri politico-economici internazionali, lasciando inalterate le loro debolezze sociali scaricate soltanto con le valvole di sfogo della migrazione.

Il sistema capitalista si è evoluto, ma ha portato ad una iniqua distribuzione della ricchezza nei singoli Paesi e tra i diversi Paesi. Quello del sistema capitalista era ed è il punto dolente del mondo Occidentale: viene accettato così com’è, supinamente e alla lunga è la causa scatenante di tanti se non di tutti i mali.

Il sistema istituzionale scricchiola fra autarchie, democrature, unilateralismi, estremismi, nazionalismi e sovranismi.

Di fronte a questo autentico cataclisma la politica dimostra tutta la sua inconsistenza: apre l’ombrellino della mediazione sotto il diluvio della crisi sistemica.

Ma che cosa sanno i politici europei del sistema-mondo occidentale? In Occidente la politica ha divorziato dalla cultura, compresa quella storica, e fatica ad avere una visione adeguata degli sconvolgimenti in atto (anche se ci sono eccezioni: piaccia o no, Macron è una di queste). Il problema riguarda anche l’Italia che non ha ancora metabolizzato l’urgenza di un’Europa ferma e compatta davanti alle minacce trumpiane. (ancora Agostino Giovagnoli)

Lasciamo stare la pochezza, per non dire la nullità del governo italiano e della premier che si illude di tenere a bada le mire trumpiane con le mossette e le carinerie del suo penoso repertorio. Non vale nemmeno la pena di addentrarsi nello scontro nostrano tra linea morbida del tirare a campare e linea dura del tirare le cuoia. A questo punto, invertendo la nota tesi andreottiana, ritengo comunque meglio rischiare di tirare orgogliosamente le cuoia piuttosto che ridursi a mangiare le briciole che cadono dalla tavola trumpiana.

Molto più grave è però il sostanziale immobilismo europeo, bloccato sulla guerra dei dazi e sul “sesso” europeo da contrapporre a quello statunitense.

Se l’Europa vuole restare un sistema-mondo c’è bisogna di più difesa comune e di più coordinamento per l’innovazione, come ha ripetuto Mario Draghi ricevendo il premio Carlomagno. Vanno cercati intese con altre aree del mondo, come mostra l’accordo Mercosur e come insegna quello tra Canada e Cina ecc. Insomma, gli europei possono salvare il sistema-mondo occidentale, adattandolo a un mondo che si è fatto più largo, più popolato e più complesso. (ancora Agostino Giovagnoli)

Occorrerebbe un coraggioso slancio valoriale per togliere il tutto dalle secche degli aggiustamenti di potere e rilanciarlo nel mare della politica vera. Di fronte al perseguimento di minimi equilibri tattici si ha un senso di scoramento: o ci si alza dalla palude o si rimane comunque impantanati.

L’Europa si è seduta sugli allori, ma ha davanti a sé una grande occasione. Bruxelles sta finalmente reagendo, al netto della variante di Viktor Orbàn che si è detto pronto a farsi suddito di Trump. Istituzioni come le Nazioni Unite e il Fondo monetario sono chiamate a riscrivere completamente i loro statuti, come chiede da decenni la società civile. Bisogna rilanciare quanto disse in modo profetico Paolo VI nella “Popolorum Progressio”: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Prepariamo la pace, non la guerra, facciamo nostra la lezione di Jacques Maritain. Tocca alla Chiesa e al mondo cattolico mobilitarsi e risvegliare le coscienze. Ci aspetta una grande sfida culturale contro gli autoritarismi. (ancora Stefano Zamagni)