Enorme preoccupazione desta la bellica strategia trumpiana: prima i raid aerei statunitensi contro obiettivi dell’Isis in Nigeria, poi l’attacco militare sul suolo venezuelano. Le giustificazioni consisterebbero nella lotta senza quartiere al terrorismo e al narcotraffico.
Fatto sta che il presidente Trump anziché impegnarsi nello spegnere i conflitti in essere (sue promesse elettorali) ne sta facendo scoppiare di ulteriori.
Dietro queste follie belliche ci stanno soprattutto enormi interessi economici sulle fonti energetiche nonché posizionamenti statunitensi in aree di indubbio interesse geopolitico.
La storia però insegna che le guerre spesso si fanno all’estero per nascondere i problemi all’interno. Forse queste smargiassate trumpiane sono sintomo di una sua montante debolezza elettorale e sono manovre di depistaggio rispetto ai problemi enormi della società statunitense.
Da una parte Putin che vuole imperialisticamente mettere le mani su territori confinanti, dall’altra parte Trump che intende imperialisticamente controllare l’America latina, da sempre nel mirino statunitense, e il mondo arabo (mina vagante negli assetti geopolitici mondiali).
Nathalie Tocci sostiene acutamente che Putin, dopo aver causato 350mila morti tra le fila dell’esercito russo, non potrà accontentarsi del Donbass; aggiungo, da ignorante, che Donald Trump, dopo aver sbattuto il pugno su tutti i tavoli, non potrà accontentarsi solo di rompere i coglioni alla Ue.
Probabilmente si sta creando una sorta di accordo tacito fra Russia (nel caso ha avuto una reazione stereotipata ed insignificante sull’attacco) e Usa volto a non pestarsi reciprocamente i piedi ed a spartirsi aree di influenza e di potere. Restano da valutare l’incognita Cina e il rigurgito Ue.
Riguardo al dir poco inquietante intervento bellico in Venezuela deciso da Donal Trump, la nota di Palazzo Chigi se la cava con un (peri)patetico distinguo cerchiobottista: “Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Comunque sia, ci stiamo avvicinando sempre più ad un mondo fondato spregiudicatamente su aggressivi equilibri bellici a prescindere totalmente da ogni e qualsiasi regola di diritto internazionale. Mi chiedo se tali strategie siano legate alle folli megalomanie di personaggi potenti seduti sui loro troni oppure a dilaganti follie collettive più o meno motivate da egoismi nazionali ed internazionali.
In entrambi i casi il cristianesimo potrebbe essere l’unico mezzo per disarmare il mondo, per rovesciare i potenti dai troni e disperdere i superbi dai pensieri del loro cuore: non ne vedo altri.
Scendendo dall’imprescindibile livello ideale a quello, ben più pragmatico ma connesso, della diplomazia, emerge il ruolo che dovrebbe avere l’Europa unita per scompigliare le carte sul tavolo, facendo valere la propria forza, la propria esperienza e la propria cultura, dissuasive rispetto al clima di guerra imperante.
