Nel pur nobilissimo ed altissimo messaggio di fine anno del presidente Mattarella ho colto una evidente “moderazione” di analisi nonché una studiata “morbidezza” di toni, che non si sposano con la gravità del momento storico che stiamo vivendo. Mi permetto di seguito un’azzardata e contrappuntistica rilettura dei passaggi più significativi. Chi sono io per criticare il Capo dello Stato? Dal momento che vedo in lui il baluardo fondamentale e credibile per la nostra democrazia, penso di avere il diritto di preoccuparmi per ogni eventuale suo seppur minimo cedimento al catastrofico andazzo politico. Ho provato a mettermi nei suoi panni nel senso di evitare rischiose contrapposizioni a livello istituzionale, di rendersi inattaccabile dal punto di vista della correttezza politica, di usare tutta la prudenza del caso affrontando una situazione tale da far tremare le vene ai polsi. Tuttavia mi aspettavo di più e quindi sento il dovere di spiegare il perché sono rimasto parzialmente deluso.
La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte.
È sufficiente l’aggettivo “ripugnante”, che peraltro fa eco al ripudio costituzionale della guerra, a contrastare il vergognoso balletto bellicista che va in scena ad ogni piè sospinto? In piazza San Pietro una donna, intervistata durante la celebrazione della messa in occasione della giornata della pace, si è commossa nell’auspicare una resipiscenza pacifista dei governanti. Mi è corso un consolante brivido nella schiena. Ebbene, le parole di Mattarella non mi hanno toccato, perché non sono andate al di là di una sbrigativa enunciazione dell’ovvio. Cosa vuol dire ripudiare la guerra? Chiediamocelo continuamente ed impietosamente!
Leone XIV nei giorni di Natale, in prossimità della conclusione del Giubileo della Speranza, ha esortato a “respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole. Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.
Cosa vuol dire disarmare le parole? Non dire pane al pane e vino al vino? Non parlare di genocidio per non irritare gli equilibri internazionali, non denunciare apertamente una dissennata corsa al riarmo per non disturbare i manovratori europei? Stare buoni e zitti davanti agli attentati trumpiani? L’attuale politica estera italiana non è compatibile con il dettato costituzionale!
Sfogliamo velocemente un album immaginario della storia della Repubblica, come talvolta si fa quando ci si ritrova in famiglia. Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.
No, signor Presidente, con tutto il rispetto per le donne e la loro emancipazione, il primo fotogramma riguarda la Resistenza al nazifascismo, di lì sono nate la nostra democrazia e la nostra repubblica. Bisogna sempre ricordarlo anche perché questo sentimento non è purtroppo condiviso a livello dell’attuale politica italiana.
Proprio l’Europa e le relazioni transatlantiche, con il piano Marshall, sono i due pilastri della ricostruzione. L’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato – e costituiscono – le coordinate della nostra azione internazionale.
Il mero appiattimento sulle giuste scelte storiche non serve, occorre impegnarsi in una sorta di neo-atlantismo e di neo-europeismo: non si può accettare l’attuale politica estera statunitense che revisiona l’atlantismo in chiave antieuropea; non è possibile accettare il ritorno al nazionalismo ideologico ed opportunistico dei Paesi europei; non è serio e coerente fare finta di essere europeisti a Bruxelles per essere atlantisti a Washington. Sentiamo cosa dice il fondatore della Cittadella della pace, Franco Vaccari: “Mi preoccupa vedere ancora oggi l’Europa divisa, separata, non in grado di gettare ponti veri e ostinati di dialogo con la Russia. La politica parla della “inevitabilità” del riarmo. Contesto questa idea. Non c’è nulla di ineluttabile, non è vero che ciclicamente l’umanità “deve” affrontare una guerra. Così ci arrendiamo. È la resa delle nostre coscienze”.
La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni. Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo. Vecchie e nuove povertà – che ci sono e vanno contrastate con urgenza – diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo. Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi.
Ritengo molto pericoloso fare della coesione sociale una sorta di valore assoluto. Mai come in questo momento si sente la necessità della denuncia, della protesta, della testimonianza in controtendenza. Le conquiste democratiche del passato sono state il frutto anche e soprattutto di lotte popolari e sindacali. Viviamo nella sostanziale indifferenza alle ingiustizie e all’inerzia della politica. Non mettiamo la sordina al confronto per paura che si trasformi in conflitto. A volte servono anche i conflitti…Posso leggere in filigrana il timore che la conflittualità e le spaccature nel Paese preludano ad insane riforme costituzionali poste al vaglio di pericolosi passaggi referendari. Smorzando i toni si rischia però di rendere agibili veri e propri attentati alla democrazia. L’aria che si respira a livello internazionale e nazionale è questa: bisogna reagire! Tra l’altro il discorso della coesione sociale può essere bellamente strumentalizzato. Le esaltanti reazioni governative al discorso di Mattarella mi insospettiscono alquanto: si vuole arrivare ad una coesistenza pacifica tra Quirinale e Chigi in cui il Paese avrebbe tutto da rimetterci in quanto subdolo preludio all’introduzione del premierato come supposta terapeutica per gli italiani incapaci di intendere e di volere?
Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna.
Signor Presidente, alla sua pur sincera ed apprezzabile mozione degli affetti preferisco le parole di Piero Calamandrei, rivolte agli studenti a Milano nel 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.
