Hamas non va condannato ma sradicato

È un dato di fatto che una parte consistente della sinistra italiana, soprattutto dopo il 7 ottobre, non sia stata capace di prendere una distanza netta, esplicita e politicamente inequivocabile da Hamas.

Ogni volta che questo punto veniva sollevato, come abbiamo fatto noi fin dall’inizio, la risposta era sempre la stessa: non è il momento, è benaltrismo, mentre cadono le bombe non si possono fare distinguo, non si può chiedere al popolo palestinese di prendere le distanze da Hamas. Ma non è ai palestinesi sotto le bombe che si chiede questo (che peraltro sono scesi in piazza in diverse occasioni contro Hamas). Chi ha il dovere politico e morale di prendere le distanze nettamente è la sinistra occidentale che le bombe sulla testa non le ha.

Hamas non è solo una organizzazione terroristica. È un movimento politico e militare espressione del peggior fascismo religioso. Un movimento autoritario, misogino, repressivo che ha costruito il proprio potere con l’oppressione sistematica del dissenso fra i palestinesi. Ed è per questo – oltre ovviamente che per l’uso del terrorismo contro i civili – che è radicalmente incompatibile con qualunque idea di sinistra democratica, laica e universalista.

Una presa di distanza che andava fatta ben prima del 7 ottobre, fin da quando Hamas prese il potere nel 2006 e poi nel corso di tutti i lunghi anni di regime oppressivo che ha imposto a Gaza soffocando qualunque germoglio di movimento laico e democratico. Non aver fatto questo lavoro di chiarezza ha impedito di isolare per tempo eventuali simpatizzanti, ha reso ambigue pratiche e linguaggi, ha lasciato spazio a sovrapposizioni che oggi prestano facilmente il fianco a strumentalizzazioni. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

La sinistra ha certamente delle responsabilità in ordine al giudizio verso Hamas: troppo indulgente e indifferente.  L’analisi però deve andare più a fondo e deve estendersi al periodo precedente il 07 ottobre 2023.

“Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista”. Cosi parlava sul dramma del Medio Oriente Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e cinque volte ministro degli Esteri, per decenni protagonista della politica italiana.
Andreotti pronunciò queste parole da senatore a vita intervenendo in un dibattito al Senato sulla guerra in Libano e ricordava che nel ‘48 l’Onu aveva creato lo Stato di Israele e lo Stato palestinese, ma “lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo no. Era il luglio 2006 e alcuni tra i democristiani riciclati a destra e a sinistra si indignarono per le sue parole.
Nella striscia di Gaza si torna a seminare morte, per una settimana i continui attacchi israeliani hanno causato 192 vittime palestinesi, 58 erano bambini e 34 donne, secondo il ministero della sanità di Hamas. Dodici gli israeliani che hanno perso la vita. A Gaza city nel crollo di una casa bombardata dai militari israeliani sono morti 8 bambini e due donne.
Scene di guerra che Andreotti conosceva bene. All’ex leader Dc scomparso nel 2013, figura politica discussa e discutibile per i suoi rapporti accertati con la mafia, molti osservatori riconoscevano in politica estera di essere stato un ponte solido tra il mondo cattolico e quello musulmano, ambasciatore realista nei tentativi di pace nel conflitto arabo israeliano, convinto dell’importanza della politica d’inclusione nello scacchiere mediterraneo e della convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani. Una posizione che gli fece guadagnare il titolo di “amico degli arabi”, da Arafat a Gheddafi. (Strump.it)

Non sono mai stato andreottiano, ma mi riconosco nella succitata sua analisi, validissima ancor oggi, e do atto alla classe politica democristiana di avere tenuto, pur nel rispetto delle alleanze internazionali, una posizione aperturista nei confronti del mondo arabo.

Non è bastato a sottrarre i palestinesi dalla tentazione terroristica proposta loro da Hamas. La sinistra doveva fare di più in favore dei palestinesi, non solo a parole, ma nei fatti politici e di governo. Invece purtroppo si è fatta imprigionare dal manicheismo filo-israeliano.

Il terrorismo non si combatte tanto e/o almeno non solo con le dichiarazioni di principio, ma contestualizzandolo e tentando di tagliare le radici che lo legano alle sacrosante proteste e alle giuste rivendicazioni.

Sono convinto che l’atteggiamento italiano possibilista verso i palestinesi e il mondo arabo ci abbia storicamente risparmiato attentati terroristici. L’attuale governo si è invece appiattito su Israele, facendosi condizionare dall’insensato sviolinamento trumpiano verso Netanyahu. Aiutare i palestinesi è da sempre lo strumento per pacificare tutta l’area medio-orientale. Si sta scegliendo invece la prospettiva di dialogare col mondo arabo più vicino alla strategia Usa a suon di sporchi affari con questi Paesi, abbandonando la popolazione palestinese, peraltro totalmente priva di una classe dirigente, al suo destino di sparizione o di sopravvivenza nell’odio e nella violenza.

La sinistra, a livello italiano ed europeo, non è portatrice di una linea di politica estera coerente e indipendente, ma della tattica di un colpo alla botte (Hamas) e di un colpo al cerchio (Israele), che non porta da nessuna parte e si presta inoltre ad equivoci e strumentalizzazioni.

Fanno letteralmente pena gli accordi israelo-statunitensi, portati avanti da Trump e Netanyahu con l’obiettivo di distruggere Hamas minacciando i Paesi arabi in dissonanza rispetto a questa folle strategia.

Mi sovviene un fatterello: c’era una volta un mattacchione che intrappolava i topi e poi li portava a morire in campagna. Al ritorno a casa ne trovava immediatamente altri e imprecava pensando che fossero gli stessi superstiti della sua improbabile strage. Temo che dalle ceneri di Hamas continueranno a sorgere terroristi e filo-terroristi a più non posso, ancor più cattivi e disposti a tutto. D’altra parte non è spesso il terrorismo un alibi per difendere lo status quo del potere ingiusto e discriminatorio e per giustificare repressioni generalizzate?

Non bisogna partire dalla fine di un processo, vale a dire dalle possibili infiltrazioni terroristiche nel mondo occidentale filo-palestinese, ma occorre prendere le mosse dalle palesi e reiterate ingiustizie verso il popolo palestinese vittima da tempo immemorabile di soprusi e di massacri più o meno genocidiari.

Aldo Moro voleva capire il perché di certi giovani che protestavano con le P38, io vorrei capire il perché di tanti palestinesi che aderiscono direttamente o indirettamente ad Hamas: è una questione di onestà intellettuale, di profondità culturale e di lungimiranza politica.