Un bel protestar non fu mai scritto

Le proteste dei liceali francesi hanno assunto in pochi giorni una dimensione nazionale. Sono partite il 21 settembre da un liceo nella periferia parigina e hanno rapidamente coinvolto migliaia di istituti. Si è trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche, ma in diversi luoghi sono sfociate in episodi di violenza urbana, con scontri, incendi e numerosi arresti. Una protesta può nascere da aspetti concreti e, una volta diventata nazionale, essere attraversata da conflitti politici più ampi. Un malessere diffuso preesistente rende possibile la rapidità della mobilitazione. I social network possono accelerarla, i partiti possono cercare di orientarla, il confronto con le forze dell’ordine può radicalizzarla. Ma questo non cambia e non deve oscurare i motivi da cui parte. La mobilitazione nasce da problemi molto concreti dell’esperienza scolastica: classi troppo numerose, insegnanti mancanti o non sostituiti, orari pesanti, edifici che necessitano di interventi, servizi insufficienti. Dietro queste richieste c’è però una domanda più profonda: poter stare bene nei luoghi nei quali si trascorre una parte decisiva della propria vita, con condizioni adeguate per apprendere e crescere. Per un adolescente, la scuola non è soltanto il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze: è una delle principali infrastrutture attraverso cui si accede alla vita adulta. È anche uno degli strumenti fondamentali di riscatto sociale. (“Avvenire” – Alessandro Rosina)

 

La Spagna scende in piazza contro la crisi abitativa. Le chiavi delle case diventano il simbolo della protesta popolare: molti manifestanti le agitano tra le mani. Decine di migliaia di persone hanno manifestato sabato 3 ottobre in tutto il Paese – da Bilbao a Malaga, da Alicante a Palma de Maiorca, fino alle Canarie – per protestare per il diritto alla casa e chiedere uno sciopero generale. Stando al sindacato degli inquilini, nella capitale Madrid hanno manifestato circa 500mila persone, mentre il governo ha stimato una partecipazione di circa 70mila manifestanti. Ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti a Valencia: cinque le persone arrestate, nove i poliziotti feriti. Venerdì 2 ottobre il Parlamento spagnolo ha bocciato i due decreti contro la crisi abitativa con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez voleva rafforzare le protezioni per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare. I due decreti in questione erano stati inizialmente presentati dal governo per placare le proteste e l’indignazione popolare in tutta la Spagna dopo lo sfratto dalla sua casa di Madrid di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, ma dovevano ancora essere confermati dal Parlamento. Il giorno dopo il “no” del Parlamento ai decreti del governo Sanchez sono riprese nel Paese le manifestazioni di protesta. (europa.today.it)

 

In questi giorni mi sono chiesto: come mai in Francia e in Spagna si scende in piazza per protestare su temi fondamentali come la scuola e la casa, mentre in Italia tutto tace pur con tutti gli enormi problemi che ha il nostro Paese? Un tempo bastava poco a innescare l’incendio, oggi le scintille non mancano, ma la piazza non si incendia.

Per restare ai motivi delle proteste francesi e spagnole, non è che in Italia la scuola vada bene e l’emergenza casa non riguardi anche gli italiani. Non mi si dica che l’attuale situazione socio-economica italiana è tranquilla e serena, che il governo gode di buona salute e che le opposizioni intercettano il malessere serpeggiante, che in un clima di astensionismo dilagante si aspetta la prossima scadenza elettorale per il redde rationem della politica rispetto ai problemi della gente e che i giovani non soffrono in un Paese che li maltratta in tutti i sensi possibili e immaginabili.

E allora? Posso solo dire che la mancanza di reattività sociale mi preoccupa e potrebbe costituire l’anticamera per l’instaurazione di una sorta di democratura all’italiana Da una parte abbiamo il tentativo di imbavagliare le istituzioni democratiche con una legge elettorale a dir poco schifosa, dall’altra parte le forze politiche (in cerca di estremismo a destra, moderazione a sinistra e onnicomprensivo centrismo di facciata) e sociali ( in cerca della credibilità perduta) che appresentano solo loro stesse, in mezzo la gente che subisce e tace, si pensi alla situazione della sanità pubblica (altro che scintilla!) che dovrebbe scatenare un autentico putiferio di protesta.

Pensate che quello che sta succedendo in Spagna sia replicabile altrove? Sì, si può riprodurre a livello internazionale. Anche se è passato in secondo piano di fronte allo sfratto di Maricarmen e ai decreti, la scorsa settimana a Madrid si è svolto un incontro internazionale per il diritto alla casa. C’erano collettivi anche dall’Italia. Quello che succede in Spagna sta già arrivando in altri Paesi. Si sta sviluppando una bellissima solidarietà internazionalista. Madrid sta facendo da traino e ogni Paese potrà accogliere queste rivendicazioni e adattarle al suo contesto. Tutto è appena iniziato. Non vogliamo che ci siano altre Maricarmen. (“Il Fatto Quotidiano – intervista di Marta Facchini a Miriam Bue, portavoce della Confederación de Sindicatos de Inquilinas)

Non voglio fare del movimentismo a tutti i costi, ma mi auguro che possa andare così: dall’urgenza e impellenza dei problemi concreti da affrontare ed avviare a soluzione possa scaturire una mobilitazione che da una parte smuova le coscienze (dei giovani in particolare) aiutandole ad arrivare anche al fulcro dei problemi, al problema dei problemi, alla causa-effetto dei problemi che è la guerra, invertendo il clima bellico che ci sta divorando, e dall’altra metta in crisi le paludi politiche nazionali ed europee. Sono convinto che non saranno le Schlein, i Conte, i Fratoianni e i Bonelli e tantomeno le Salis, le Picierno, gli Onorato e i Ruffini (chiedo scusa se ne sto dimenticando qualcuno/a…), ma la gente che ha il coraggio di scendere in piazza, ad accendere il fuoco sotto i culi di Giorgia Meloni e, perché no, di Ursula von der Leyen.