Ad Amatrice non è accaduto quello che alcuni esponenti della maggioranza temevano, ossia che la premier Giorgia Meloni venisse fischiata come accaduto a Taranto durante la cerimonia dei Giochi del Mediterraneo a Taranto. Nella cittadina laziale completamente distrutta, dieci anni fa, dal terremoto del Centro Italia, la leader di Fratelli d’Italia è stata accolta da strette di mano, incoraggiamenti ed anche urla di giubilo. A scriverlo è Tommaso Ciriaco su Repubblica il quale spiega cosa è successo.
Innanzitutto c’è da dire che, a differenza di Taranto, Amatrice e in generale la provincia di Rieti sono molto favorevoli al Governo e a Fratelli d’Italia nello specifico. Il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi è stato eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia. Ed è stato proprio lui a spiegare la ragione del clima fin troppo rilassato, che è finito per stonare con il tipo di manifestazione, e le contestazioni mancate. Ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice ha spiegato che prima dell’arrivo di Meloni “ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime”. Cortellesi ha aggiunto: “A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni”. (Blitz Quotidiano”)
Un tempo il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».
Ebbene succede anche a me di godere quando la gente contesta i politici. Se poi si tratta di Giorgia Meloni, non so perché, ma il godimento aumenta nella misura in cui la premier cerca il superficiale consenso della gente, che, a volte, le si ritorce contro.
Gli applausi e i fischi della piazza non sono previsti dalla Costituzione come espressione della sovranità popolare, tuttavia possono rappresentare un sintomo di adesione o di insoddisfazione a seconda dei casi.
Piazze piene urne vuote disse acutamente Pietro Nenni all’indomani delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948, vinte dalla Democrazia Cristiana a discapito del Fronte Popolare (alleanza tra PSI e PCI). La frase descrive la disillusione e il divario che a volte si creano tra la grande partecipazione emotiva, l’entusiasmo o la protesta visibile nelle manifestazioni di piazza e il reale riscontro dei voti al momento dello spoglio elettorale.
Perché per Giorgia Meloni fischi a Taranto ed applausi ad Amatrice? Il succitato pezzo ne dà una plausibile giustificazione. A Taranto c’era un clima incontrollabile, mentre ad Amatrice è stata applicata una certa preventiva sordina.
A giudicare dalle piazze però non si direbbe che Giorgia Meloni goda dell’imperturbabile consenso della gente. Forse per lei si capovolge l’espressione nenniana: piazze (quasi)vuote urne piene. I motivi sono tanti: dalla mediatizzazione sistematica del consenso alla scarsa partecipazione dei cittadini alla vita politica, dalla passiva insoddisfazione verso la politica in genere alla mancanza di senso critico che non riesce ad andare oltre un’alzata di spalle.
Attenzione perché c’è un’altra frase, “ogni nazione ha il governo che si merita”, di Joseph De Maistre, che ha una grande attualità. Filosofo, politici, diplomatico, scrittore magistrato e giurista sabaudo, il francese De Maistre è molto noto per essere tra i più noti pensatori reazionari del periodo post rivoluzionario francese. Il periodo storico attribuito a questa frase è circa il 1800, ma in realtà si potrebbe andare anche più indietro e risalire addirittura ad Aristotele, quindi ben 2500 anni fa, con il pensiero “ogni popolo ha i governanti che si merita”. Dall’Europa fino all’America, si trovano scritti anche di Winston Churchill su un concetto simile.
Fatto sta che Giorgia Meloni, pur governando piuttosto male (non è infatti tutt’oro quel che luccica: come osserva Vincenzo R. Spagnolo su “Avvenire”, la tenuta sociale del Paese è fragile; l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei salari; il perimetro del welfare è limitato, mentre ospedali e servizi sanitari soffrono di carenze croniche di personale), miete voti (almeno stando ai sondaggi, che tendono più a influenzare la gente che a registrarne gli umori e gli amori) e ha stabilito il record della stabilità-longevità dell’esecutivo (inni e canti vengono sciolti alla persistente navigazione meloniana, ma attenzione a quanto affermava Giulio Andreotti: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”).
Fino a quando? Per dirla con una triviale battuta dialettale: “Fin a la pròsima tiräda äd cadén’na…”.
