Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante. Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenaghen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. «Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia», scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta. Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale. Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia.
In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie. La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione.
A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, «una delle paure più grandi di molte donne» in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a «bevande a base di erbe» o a pillole anticoncezionali. Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta.
Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori. Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale. (“Avvenire” –Francesca Ghirardelli)
Della serie gli orrori non finiscono mai, uno tira l’altro. Più (subdola) remigrazione di così… Ebbene, la disperazione di queste persone è tale da mettere in conto di affrontare trattamenti inumani per fuggire a situazioni inumane: un paradosso che butta il mondo all’inferno. Stiamo attenti perché ci andiamo a finire tutti, dalla bolgia terrena saremo scaraventati in quella ultra-terrena.
La politica oltre che ridicola si rivela delinquenziale. Chi vota per una chiusura più o meno drastica verso i disperati ne risponderà davanti alla propria coscienza. Chi propone tout court il respingimento e/o il rimpatrio se ne assume la responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Chi parla di gestione del fenomeno migratorio e non fa nulla per affrontarlo seriamente e concretamente è forse addirittura peggiore di chi lo vuole esorcizzare.
La sinistra non è in grado di impostare un discorso fattivo sul problema della pace e dei migranti, due facce peraltro della stessa medaglia. Qualcuno pensa che la sinistra, per riconquistare consensi e voti, dovrebbe fare il verso alla destra e, più o meno, è quello che si sta verificando.
Mia sorella sosteneva che chi ritiene che i politici siano tutti uguali finisce inevitabilmente per votare a destra: è un discorso logico. Tra chi propone che il mondo debba essere lasciato a se stesso e chi dice a parole di volerlo cambiare salvo non muovere un dito al riguardo, la scelta è (quasi) obbligata.
La destra fa il suo mestiere e lo fa benissimo!
Dopo la storica vittoria appena conquistata in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha sfiorato il 44% dei voti, il programma del partito offre una chiara indicazione della Germania che vorrebbe costruire. Dalla scuola alla politica energetica, dall’immigrazione ai rapporti con Mosca, il progetto ridisegna in senso nazionalista alcune delle coordinate su cui si è costruita la Repubblica federale nel dopoguerra: più Prussia e meno memoria del nazismo, stop alla transizione energetica e ritorno al gas russo, stretta radicale su asilo e integrazione. (“Avvenire” – Redazione Esteri)
La sinistra ha rinunciato da tempo a fare il suo mestiere!
Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché il partito ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi). Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia. Perché non arrivano voti a chi compra la merce ideologica dell’ultradestra (CDU ma anche SPD), ma a chi la vende (AfD per l’appunto). (“Il Fatto Quotidiano” – Giuliano Granato)
Mio padre a chi gli rimproverava certi strafalcioni linguistici rispondeva laconicamente: “Da tabar a tabach, basta fumär…”. Da destra a sinistra, basta bojjor in-t-al nostor bròd…
