Ancora più netto il presidente provinciale dell’Anpi di Milano, Primo Minelli, sempre a margine delle commemorazioni per l’eccidio nazifascista di Piazzale Loreto. “Vannacci è un fascista e come tale il mio giudizio è già in questa parola. Quando sento parlare di rastrellamenti penso che mio papà che è stato partigiano, si rivolta nella tomba. Noi pensavamo di non sentire più parole drammatiche come la remigrazione che vuole dire deportazione, sentire la parola guerra, purtroppo ci stiamo abituando, questa è la cosa drammatica, non possiamo accettare l’indifferenza di fronte a questi fenomeni”, dice Minelli. (msn.com – Lapresse Italy)
Alle sacrosante preoccupazioni democratiche di chi osserva con ansia e stupore il dilagante successo del futurismo nazionalista di Roberto Vannacci mi permetto di accostare la mia paradossale e cinica visione di questo fenomeno nient’affatto strano e imprevedibile.
Nelle mie riflessioni parto dal dito che mia sorella metteva nella piaga del corpo socio-politico italiano. Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile a tanti problemi l’ho trovata, pensate un po’, nella sua impietosa analisi delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono ancora affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».
Perché siamo rimasti al palo “demodé” nonostante il bagno rigenerante resistenziale e l’abito costituzionale nuovo di zecca? I motivi sono parecchi. Innanzitutto non c’è stato modo e tempo per elaborare il lutto: il voltagabbanismo ha purtroppo messo una pietra sul passato di troppi italiani, evitando di fare i conti con la caduta del fascismo; il precipitoso opportunismo democratico ha voltato pagina con una intempestiva amnistia che ha finito per salvare il bambino assieme all’acqua sporca; la radicata presenza della mentalità e delle procedure fasciste nella burocrazia e nelle pubbliche amministrazioni ha creato una scia di regime che non si è ancora del tutto dissolta.
Aggiungiamoci in negativo la diffidenza verso lo stato democratico dovuta a mafia, corruzione, burocrazia ed evasione fiscale e in positivo la capacità delle due forze democratiche fondamentali, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, di assorbire elettoralmente e politicamente i rigurgiti fascisti dell’anticomunismo, del clericalismo e del corporativismo, trasformati genialmente in difesa della democrazia, in ispirazione cristiana e in lotta di classe operaia e contadina a suon di sindacalismo e di cooperazione.
Il neofascismo in Italia però non è sparito, si è trasformato in un movimento carsico, si è solo smarrito in attesa di tempi peggiori. Mentre in Francia e in Germania, laddove i conti col fascismo e col nazismo si sono fatti in modo assai più incisivo ed invasivo, il neo-nazifascismo (qualcuno, se vuole, lo chiami pure estremismo di destra) si manifesta apertamente e può essere combattuto a viso aperto, in Italia si è subdolamente e progressivamente insinuato nei confusi gangli politici del partitismo, della massoneria, dell’eversione nera, dell’ordine, del “Dio-Patria-Famiglia”, del perbenismo securitario, della difesa dei confini nazionale, etc. etc. in un polpettone ingannevole, ma avvolgente e coinvolgente.
L’insorgenza del vannaccismo disturba i manovratori della destra cosiddetta democratica perché non solo le toglie preziosi e decisivi consensi, ma soprattutto perché scopre gli altaroni e grida “Giorgia Meloni è nuda e fascista”. Roberto Vannacci sta alla polmonite come Giorgia Meloni sta all’asma polmonare.
Il vannaccismo potrà durare anche l’espace d’un matin, ma avrà comunque svolto il suo compito di portare alla luce e scoprire il neofascismo più o meno nascosto nella moderna società, scuotendo gli animi reazionari e nostalgici e smuovendo quelli progressisti. Finalmente un po’ di chiarezza e di risveglio democratico.
Ecco perché non mi fa paura (semmai solo un po’ di ribrezzo) Roberto Vannacci; ecco perché non sono stupito (semmai solo un po’ incuriosito) dai sondaggi che lo danno in ascesa libera; ecco perché preferisco le sincere smargiassate vannacciane alle subdole proposte meloniane; ecco perché è meglio stimolare gli anticorpi contro il risorgente virus ideologizzato piuttosto che curare coi pannicelli caldi una malattia anti-democratica spacciata per terapia necessaria alla sopravvivenza del popolo italiano.
Alla fine mi viene il tragico sospetto di sbagliare tutto, di confondere la realtà con le mie personali opinioni, di voler salvare il salvabile a tutti i costi, guardando con occhio troppo malevole all’Italia e con occhio troppo benevolo ai Paesi europei che hanno vissuto nazismo e fascismo, di spaccare il cappello in quattro per difendermi dal fascismo vecchio e nuovo.
Sono partito da mia sorella Lucia e ritorno provocatoriamente ad essa, anche perché mi ha fatto da battistrada e da esempio sul sentiero impervio dell’impegno politico lontano da ogni compromesso col potere e da spinta alla partecipazione convinta ma sempre critica alla vita sociale e politica. Lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo, del sovranismo, del melonismo e finanche del vannaccismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle. Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.
Termino con tre stimolanti aforismi, non del tutto pertinenti ma sempre utili, realistici al limite dello sconfortante, ma che possono comunque contribuire a capire in senso critico persino il vannaccismo quale frutto malato di una democrazia malata: la mela dolce di Giorgia è comunque peggio della pera marcia di Roberto.
Winston Churchill disse che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre provate prima.
La frase “ogni popolo ha il governo che si merita” è un famoso proverbio attribuito al filosofo e diplomatico francese Joseph de Maistre, che lo scrisse in una lettera del 1811.
Peggio della sinistra c’è solo la destra: la frase mi è stata recentemente ricordata senza risalirne all’autore.
Auguri e figli antifascisti!
