Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un’Europa di superpotenze. Un’Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd.
L’assioma di partenza è che la spesa per la difesa, da sola, non garantisce sicurezza e che la sicurezza non coincide esclusivamente con la deterrenza militare. Del resto, come fa notare Fabrizio Battistelli, presidente di Archivio disarmo e coordinatore della ricerca, «l’Europa, intesa come agglomerato dei 27 Stati membri, è già oggi il secondo soggetto politico a livello internazionale per spesa militare, subito dopo gli Stati Uniti». È chiaro che qualcosa non quadra. Ma non è tutto: «Se dovesse essere confermata l’assurda e per molti versi impraticabile delibera dell’ultimo vertice Nato che porta al 5% del Pil l’intera somma dei costi della difesa – prosegue Battistelli – solo in Italia arriveremmo a 85 miliardi di euro per spese militari». Una cifra che inevitabilmente finirebbe per sottrarre risorse ad altri comparti, posto che Roma non può permettersi di spendere in deficit.
Nondimeno la corsa agli armamenti è una realtà. Il report rileva «un’impennata sincronizzata» dei bilanci militari della Ue post 2022, che «ha determinato uno spiazzamento degli investimenti civili» a fronte di «un preoccupante livello di accumulo del debito pubblico degli Stati membri». Al contempo si assottiglia la spesa per sanità in percentuale del pil. Insomma, «il trade-off “burro o cannoni” non è più una scelta – prosegue il rapporto -, ma un vincolo dettato da uno spazio fiscale sempre più ristretto». (“Avvenire” – Matteo Maecelli)
Sul tema del riarmo non accetto, nel modo più assoluto, la narrazione secondo la quale sia imprescindibilmente necessario investire in armi per difendersi dagli incombenti pericoli di guerra alle nostre porte o per, come si dice oggi, rispondere ad un’esigenza di “deterrenza bellica”, una versione aggiornata del “vis pacem para bellum” di storica infausta memoria.
Non vedo infatti nessun aggressore pronto ad invadere l’Europa e tanto meno l’Italia; se si fa riferimento alla Russia si sappia poi che il potenziale bellico europeo è ben più consistente di quello russo e quindi non avrebbe senso implementarlo se non per fare un regalo ai produttori e commercianti di armi.
Se trasferiamo il discorso dall’ambito europeo a quello atlantico della Nato, spunta la richiesta, a prima vista logica, di riequilibrare la spesa militare fra Usa ed altri Paesi aderenti al Patto. Sembrerebbe che fino ad ora gli Usa ci abbiano fatto della beneficienza in armi: non è così se consideriamo gli interessi americani dominanti che si stanno sempre più rivelando imperialisticamente tali e totalmente sganciati da una politica concertata tra alleati, i quali si trovano costretti a subire le iniziative belliche del gigante d’oltre oceano ed a fare buon viso alla cattiva sorte di guerre assurde o quanto meno utili (?) solo a difendere lo scricchiolante impero americano.
L’impegno ad investire in armi per rimanere orgogliosamente nella Nato non ha senso dal momento che la Nato non risponde ai Paesi europei che contano come il due di coppe, ma agli Usa che spadroneggiano imponendo una visione unilaterale basata sul potere del più forte e su un equilibrio mondiale bellico concertato a livello di grandi potenze. Il discorso atlantista è da rivedere fin dalle sue fondamenta, non è una scelta irrevocabile ed indiscutibile mentre il mondo cambia a prescindere da ogni e qualsiasi principio di diritto internazionale.
Se si guarda poi al rapporto tra investimenti bellici e investimenti civili c’è da rimanere letteralmente sbalorditi. Le risorse hanno sempre più destinazione bellica con tanto di aiuti di Stato alla filiera industriale bellica e con la prospettiva di vivere in una vera e propria economia di guerra. Vogliamo addirittura accentuare questa deriva che ci porta all’autodistruzione?
In un celebre discorso tenuto a Belluno nel settembre del 1938 Benito Mussolini pose al popolo una falsa alternativa: “Volete burro o cannoni?”. La risposta della folla fu entusiasta e unanime: “Cannoni!”. La storia evidentemente non ci ha insegnato niente, perché, in modo (s)ragionato, siamo rimasti ancora lì a credere che i cannoni ci difendano e ci aiutino a nuotare nella sicurezza e nel benessere.
