Spari dall’esercito israeliano su un veicolo Unifil che trasportava anche militari italiani. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere che non ci sono feriti fortunatamente. L’attacco è la sfida di Israele all’accordo: Tel Aviv sta continuando a colpire il Libano e Beirut e tra l’altro Teheran ha fatto sapere che punirà gli israeliani per questo. Gli attacchi sono massicci in vari quartieri della capitale libanese. Testimonianze parlano di «scene apocalittiche» con edifici danneggiati o distrutti e numerosi cadaveri nelle strade. Secondo la Croce Rossa libanese ci sono «oltre 300 morti e feriti». Appello dell’Ue: «Chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano». (“La Stampa”)
Il governo israeliano si sta assumendo enormi responsabilità: non solo è stato l’agente scatenante della guerra (gli Usa sono diventati dei military servant), ma addirittura evidentemente la vuole portare fino alle estreme conseguenze con il solito alibi di combattere i terroristi (nel caso del Libano gli hezbollah).
D’altra parte il governo israeliano è uno specialista nel violare sistematicamente il “cessate il fuoco”. Lo sta facendo in tutta continuità e senza alcun scrupolo nel caso della tanto osannata tregua di Gaza.
Lo scopo non è quello di difendere il diritto di Israele ad esistere, ma quello di diventare i padroni assoluti del medio-oriente. Sono anni che va avanti questa delinquenziale strategia con reiterata occupazione di territori, con evacuazione forzata di intere popolazioni, con guerre distruttive e con veri e propri genocidi. Non esiste giustificazione storica, religiosa e geopolitica per un simile comportamento: le motivazioni addotte mi sembrano pretestuose e inaccettabili.
Mi pongo alcune domande. Come è possibile che il popolo israeliano condivida una tale deriva bellica con tanto di carneficine annesse e connesse? Non vedo e non sento obiezione, nemmeno il mondo culturale ebraico in patria e fuori patria ha il coraggio di distinguersi. La conclusione azzardata ma fondata è che si tratti di incontenibile e generalizzato odio razziale: chi è stato ed è odiato non trova di meglio che odiare in una tragica spirale che non avrà mai fine.
La cosa diventa ancora più grave se si pensa che la strategia israeliana è concepita e sostenuta dalla casta religiosa ebraica che da sempre spadroneggia nello Stato di Israele. Come può una religione vivere di odio? Non so fino a qual punto il dialogo interreligioso possa continuare: il rapporto con l’ebraismo mi sembra giunto al limite dell’impossibile. A nulla valgono i rimbalzi di responsabilità con le altre religioni. Come si fa a perorare la causa del dialogo coi musulmani e con gli ebrei? Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Però, se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra.
Il giornalista e scrittore Corrado Augias di origini israeliane ha qualche tempo fa giustamente affermato: «Nei secoli passati è accaduto anche in Europa che frange oltranziste s’impegnassero a sterminare eretici, streghe, posseduti dal demonio, bruciandoli vivi o gettandoli in carcere. C’è voluto molto tempo, grandi mutamenti e una profonda rivoluzione dei costumi perché questo cessasse. Oggi il cristianesimo è tornato a una mitezza di tipo evangelico ed è semmai fatto oggetto, in alcuni Paesi, di sanguinose persecuzioni. Nell’Islam questa evoluzione tarda». Cosa pensa e dice Augias dell’ebraismo implicato in guerre pazzesche e in massacri o genocidi come dir si voglia?
Quale potere a livello internazionale esercitano gli israeliani per potere permettersi tutte le trasgressioni etiche e politiche senza che nessun organismo sovranazionale, nessun alleato e nessun interlocutore riesca a ricondurli alla ragione? Il potere economico-finanziario, militare e d’intelligence devono essere smisurati per consentire una tale impunità.
È oltre modo stucchevole insistere col pericolo dell’antisemitismo che sarebbe la causa dell’isolamento israeliano e del suo obbligato tentativo di legittimarsi agli occhi del mondo intero. L’antisemitismo ha radici storiche profonde, ma attualmente trova terreno più che favorevole nel comportamento israeliano: il voler confondere antisemitismo e antisionismo è strumentale ed incoraggia l’antisionismo a sfociare nell’antisemitismo.
C’è poi infine un discorso delicatissimo e pericolosissimo: chi è stato vittima della Shoah non può arrogarsi il diritto di sentirsi perpetuamente e pretestuosamente perseguitato e quindi di moltiplicare gli olocausti per nessuna ragione al mondo. Si dice giustamente e sempre “mai più”, ma purtroppo l’espressione corrente è “ancora”.
Se si afferma che il popolo israeliano non deve essere confuso con i suoi governanti, questa affermazione deve valere anche per i palestinesi, gli iraniani e i libanesi, che non possono essere buttati nel tritacarne dei loro regimi e dei loro amici(?) terroristi. Distruggere i popoli è uno “sport” inammissibile. Vale per tutti.
