Avanti con la Meloni nel sacco

Quasi un’ora di intervento, 19 cartelle lette tutte d’un fiato e tre messaggi: il Governo va fino in fondo, inutile cercare di scardinare la sua posizione su Trump e, terzo messaggio, Schlein e Conte la vittoria nel 2027 dovranno sudarsela sul campo. L’attesa informativa di Giorgia Meloni alle Camere apre la lunga maratona parlamentare, che vedrà intervenire tutti i leader di maggioranza e di opposizione, tra lettura del voto referendario, crisi internazionale e scandali che hanno travolto l’esecutivo nelle ultime settimane. (“Avvenire” – Marco Iasevoli”)

Mia sorella, per certi versi ancor più netta di me nei giudizi, chioserebbe il tardivo e sgusciante discorso di Giorgia Meloni alle Camere, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lè a niént da sén’na…”.

Un discorso per tirare a campare, una sorta di canto del cigno, una squallida esibizione che oserei definire “negazionista” su tutto: sulla netta e imbarazzante sconfitta al referendum, sulle difficoltà del governo al limite della sopravvivenza, sui problemi interni alla maggioranza di governo e alla compagine ministeriale (sul tavolo del governo sembravano “pit scovä”), sulle ambivalenze nei rapporti con la Ue, sulle clamorose “pestate” nei rapporti con Donald Trump, sui problemi economici e sociali che emergono sempre più nel Paese. Mancava soltanto che negasse l’evidenza della guerra contro l’Iran: il suo “non condivido e non condanno” non è forse il manifesto di un equilibrismo inammissibile degno della scimmietta che “non vede, non sente, non parla”?

Nessuna purché minima autocritica: noi tireremo diritto. Non lo diceva il duce? Già… Niente rimpasto, niente crisi di governo, si va avanti con la testa nel sacco assieme ad un governo zeppo di teste di cavolo.

Non ci si poteva aspettare di più da una comparsata tirata per i capelli, però dopo avere ascoltato le parole di Giorgia Meloni ho capito, se ancora ce n’era bisogno, che l’Italia è in mano a nessuno o meglio che è nelle mani di una ciurma governativa che ci vuol portare fuori del seminato. La premier è abile nel volgere le situazioni a proprio vantaggio, nel trarsi d’impaccio, nell’evitare insidie, è astuta, è scaltra: una donna furba e quindi anche, per certi versi, estremamente pericolosa.

D’altra parte Giorgia Meloni è perfettamente in linea con i suoi alleati a livello internazionale da cui non può e non vuole minimamente allontanarsi: megalomane come Trump, aggressiva come Netanyahu, presidenzialista come loro due, al di là del bene e del male come i suoi amici sovranisti e nazionalisti, estremamente rappresentativa di una destra rissosa e sostanzialmente neo-fascista. Si è montata la testa senonché non ha testa. È la peggiore epigona di Silvio Berlusconi, che peraltro la conosceva bene e la definiva: “1.supponente, 2.prepotente, 3.arrogante, 4. offensiva, 5.ridicola. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, una con cui non si può andare d’accordo”.

Sónia stè pòch complimentóz con la Meloni? Forsi sì, ma a mi am piäz ésor s’cètt e nètt e miga girärog d’intóron!