Tornano di moda i giovani loggionisti della prepolitica

Il movimento “No Kings” lotta contro chi vuole pieni poteri…

Migliaia di manifestazioni in tutti i 50 Stati americani, e in decine di città nel mondo, hanno segnato sabato la più grande giornata di protesta del movimento “No Kings”, una mobilitazione senza precedenti contro il presidente Donald Trump e la sua “deriva autoritaria”.

Si tratta della terza serie di cortei di massa contro il presidente repubblicano e la partecipazione non fa che crescere. Ieri erano stati organizzati oltre 3mila eventi, durante i quali milioni di persone hanno attraversato grandi metropoli e piccoli centri negli Stati Uniti, ma anche in Europa, fino all’Asia. Negli Usa, a muovere la protesta è una galassia di sigle, associazioni e gruppi di base che si riconoscono sotto un’unica parola d’ordine: nessun “re”, nessun potere personale può porsi al di sopra delle istituzioni democratiche. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Negli Usa e non solo…

L’appuntamento era alle 14. Il punto di ritrovo piazza della Repubblica. Che comincia a riempirsi già da prima con bandiere della pace e della Palestina. Davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli viene posizionato un “missile” ricoperto di fiori e di prime pagine che ricordano le guerre in Medio Oriente e le conseguenze sui civili. L’allerta a Roma è massima. La città viene blindata per il corteo del movimento No Kings Italia, organizzato nell’ambito della mobilitazione globale “Together-Contro i re e le loro guerre”. Oltre alla Capitale, i manifestanti si riuniscono anche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molti altri Paesi europei.

Il corteo fila via liscio fin dall’inizio. Arrivano in migliaia. I promotori a un certo punto gridano «Siamo in 300 mila». Fonti delle forze dell’ordine parlano invece di circa 25mila persone. Comunque molto di più di quelle che ci si aspettava. Tra di loro, ci sono anche Bonelli e Fratoianni di Avs, Ilaria Salis e Maurizio Landini. Ma non c’è nemmeno un momento di tensione. Tutti camminano pacificamente.

Fanno discutere fin da subito, poi, le foto a testa in giù della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa che sono state esposte in piazza dell’Esquilino, accanto a una ghigliottina in legno. «Uno spettacolo indegno» per Augusta Montaruli di FdI.

La presidente del Consiglio, insieme a Trump, Netanyahu e anche Putin, è uno dei “bersagli” dei manifestanti. Che partono chiedendo le sue dimissioni. Un leitmotiv che si ripete per tutto il pomeriggio. Alla testa del corteo, un lungo striscione recita: «Per un mondo libero da guerre». A tenerlo stretto decine di giovani. Sono loro che conducono il pomeriggio. Da un camion si passano il microfono e aizzano la folla. La gioia per il risultato del referendum è ancora fresca. «Dopo la grande vittoria alle urne ora è il momento di dare uno stop reale alla svolta autoritaria di questo Paese», scandisce Pietro Clementelli, mentre dietro di lui il fiume di persone continua a scorrere. L’obiettivo è arrivare fino a Porta San Giovanni. Poi però i piani cambiano. «Non ci fermiamo», gridano, sovrastando anche la musica che risuona dagli amplificatori. Quando il sole sta per iniziare a tramontare, il corteo, scortato dalle forze dell’ordine, invade la Tangenziale Est e la blocca. Prima di imboccarla, fanno partire “Bella Ciao”. La nuova destinazione è piazzale del Verano. Da lì, la folla comincia a defluire. Le ultime persone prendono la via di casa quando il buio è sceso definitivamente sulla Capitale. (“Avvenire” – Giuseppe Muolo, Roma)

Queste manifestazioni hanno alcune caratteristiche su cui riflettere. Sono sparse in tutto il mondo a significare che di globale non c’è solo la guerra ma anche la protesta.  Hanno ad oggetto molti temi e problemi comunque riconducibili ad una presa di coscienza dei rischi che sta correndo la democrazia in tutto il mondo. Non hanno leader, capi-popolo, personaggi di riferimento: ciò vuol dire spontaneità collocata giustamente in ambito non anti ma prepolitico e soprattutto un po’ anti ma decisamente prepartitico.  Non sono violente anche se la tentazione è sempre dietro l’angolo e fortunatamente scaricano la tensione in contesti scenografici più goliardici che realistici.

Il rischio principale è che si tratti di una moda passeggera come tante se ne sono viste. Non credo, perché nasce spontaneamente ben lungi da qualsiasi condizionamento consumistico e mediatico, perché il malessere da cui parte è molto profondo (il clima di guerra esistente a tutti i livelli) e l’obiettivo è molto alto (pace e democrazia).

I rischi semmai vengono dall’esterno, vale a dire dal potere che gufa contro e/o tenta di squalificare la protesta prendendo a riferimento episodi marginali di intolleranza.

Siamo solo agli inizi di un’onda sociale che non so dove potrà portare, certamente ritengo sia un’onda benefica.

Il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». L’attuale protesta si propone di spazzolare i mostri sacri della politica. Sono in perfetta assonanza politica con Rodolfo Celletti, godo, la discontinuità mi dà una certa speranza, ma nello stesso tempo mi inquieta il nuovismo protagonistico ed improvvisato.

Starà alla cultura e alla società più che alla politica recepire le istanze, farle diventare, a livello valoriale, patrimonio allargato anche se non annacquato, tradurle, senza fretta ma senza pigrizia, in battaglie politiche concrete e stringenti.

Quante volte mi sono chiesto se avessimo finalmente toccato il fondo della deriva anti-democratica. Finora non ho intravisto questo fondo. Vuoi vedere che me lo stanno mostrando i giovani con la loro spinta a risalire coraggiosamente da esso!?