Maternità bruciata e vita ritrovata

Chiara Petrolini ha letto per sette minuti senza mai cambiare tono di voce, dicendo di non essere una madre assassina e di non aver voluto fare del male ai suoi due bambini, che però non ha mai nominato.

Subito dopo la pm Francesca Arienti ha iniziato la requisitoria dell’accusa, che si sarebbe conclusa con una richiesta di condanna a 26 anni, dicendo i nomi, tra le prime parole pronunciate, dei neonati sepolti nel giardino di Traversetolo: Domenico Matteo e Angelo Federico, così come sono stati registrati nei certificati di morte.

“Siamo qui – ha detto – per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta, sono realmente esistiti”. Le vittime dei due omicidi volontari premeditati contestati alla 22enne, sono state partorite il 12 maggio 2023 e il 7 agosto 2024, alla fine di gravidanze che la ragazza ha nascosto ai familiari, all’ex fidanzato, agli amici. Proprio sulla consapevolezza di essere incinta e sulla volontà di provocare la morte dei bimbi appena venuti alla luce si gioca il processo, aggiornato al 27 marzo, per l’arringa del difensore, avvocato Nicola Tria, e si concluderà il 24 aprile, con la decisione della Corte di assise. (ansa.it)

Cara Chiara,

le chiedo scusa per l’intromissione e per il tono confidenziale con cui mi rivolgo a lei, che avrà bisogno di silenzio in mezzo al cinico vociare mediatico ed alla burocratica discussione di avvocati e giudici. Tutti la giudicano, tutti la colpevolizzano, tutti scaricano su di lei i loro sensi di impietosa vendetta. Io non riesco a comprendere fino a che punto lei fosse e sia in grado di auto-esaminarsi e fin dove possano arrivare le sue responsabilità penali.

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Sono sicurissimo che lo farebbe anche nei suoi confronti, più col cuore materno che con la scienza criminologica. Ho pensato spesso alla sua vicenda e non sono riuscito a trovare motivi plausibili che possano averla spinta agli atti di cui è chiamata a rispondere: un mix di ancestrali paure, di condizionamenti moralistici, di solitudine famigliare e sociale, di fuga dalle inammissibili e vergognose trasgressioni, di ripiegamento a tutti i costi nella normalità della vita.

Non sono uno psicologo, non credo molto in questa scienza, preferisco metterla sul piano umano: lei molto probabilmente si è illusa di poter fuggire dalla sua situazione in una sorta di illegittima difesa rispetto alla valanga di critiche che le sarebbero potute piovere sul capo. Ha messo le mani avanti rispetto alla prevedibile squalifica esistenziale, non è riuscita a cogliere un po’ di valoriale quiete prima della immaginabile tempesta.

Credo che lei sia tuttora vittima di questo cortocircuito psico-sociologico da cui si esce soltanto con la coraggiosa forza della propria umanità: nel suo caso una maternità bruciata sull’altare del perbenismo all’epoca dei fatti, oggi un riscatto sentimentale a livello di coscienza e di reinserimento nella vita.

Vedo in lei una sorta di blackout: si sforzi di accendere la luce, di guardare avanti, di recuperare il terreno perduto qualunque sia il trattamento che le riserverà la giustizia umana. Mi auguro che i giudici la trattino almeno come prevede la Costituzione senza alcun accanimento. Dal clamore mediatico cerchi di isolarsi. In fin dei conti il vero giudice è sempre la propria coscienza.

Spero che lei possa trovare dei riferimenti forti a livello esistenziale, umano, sentimentale e sociale. La sua paradossale affermazione sulla scelta di tener vicini i suoi figli potrebbe diventare molto più vera di quanto appaia: i suoi figli la capiscono, la perdonano, le vogliono bene!

Per quanto mi riguarda faccio fatica a capirla, non ho titolo per giudicarla, per concederle il perdono così come per accusarla e condannarla.

Una cosa sola le posso garantire: le voglio bene!

Chissà che lei non possa leggere queste mie parole amichevoli. Lei è giovane, io sono vecchio. Non avremo possibilità di incontro. Non si sa mai…

Un cordiale anche se virtuale saluto.

Ennio Mora