Le leggi – e tanto più quelle di riforma costituzionale – non vanno mai valutate solo nello stretto merito tecnico perché non cadono in un vuoto pneumatico, ma si inseriscono in un preciso contesto politico che può “piegarle” in un senso o in un altro. Come abbiamo avuto modo di scrivere prima del referendum, questa riforma della magistratura (che non era una riforma della giustizia), era il primo tassello di un disegno più ampio che questa maggioranza aveva chiaramente in mente. Se avesse vinto il Sì, sarebbe stato un via libera politico per mettere mano all’intero impianto di pesi e contrappesi che caratterizza il nostro assetto costituzionale, non solo attraverso modifiche alla Carta, ma anche attraverso leggi ordinarie. (MicroMega – Cinzia Sciuto)
Credo che la risposta degli elettori vada innanzitutto indirizzata a chi si è in buona fede baloccato in una sorta di purismo legislativo, trincerandosi dietro un esame asettico della legge in questione, cogliendone soltanto gli aspetti meramente giuridici come se il referendum fosse un esame di diritto costituzionale.
Gli italiani hanno superato l’esame capendo, direttamente e/o indirettamente, che il disegno riformatore del governo Meloni è inaffidabile e in buona (anche se non schiacciante) maggioranza si sono comportati di conseguenza. La reazione governativa e della relativa maggioranza politica è stata immediatamente quella di alzare le mani, sostenendo che queste riforme erano contenute nel programma premiato alle ultime elezioni politiche.
Sono passati circa quattro anni da allora e cosa è successo nel frattempo? L’azione di governo alle prese con enormi difficoltà e problemi si è rivelata inadeguata e contradditoria e i nodi stanno venendo clamorosamente al pettine. La riforma della magistratura ha comportato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della montante, anche se nascosta, onda di sfiducia e scetticismo verso un governo che sta smontando pezzo dopo pezzo i capisaldi della politica italiana: da una parte la Costituzione col suo assetto istituzionale, dall’altra parte la politica estera con i suoi rapporti internazionali. In mezzo la fuffa di promesse non mantenute e di scelte rivelatesi fragorosamente sbagliate, il tutto coperto da un’affannosa ricerca dell’immagine così smaccata e pedante da stancare ed irritare anche i cittadini più ingenui.
Per rendere l’idea di questa pur affrettata ed approssimativa analisi, utilizzo una barzelletta triviale ma simpatica. Una persona nota per la sua arrogante e petulante postura dialettica arriva a rispondere alle fastidiose critiche esponendo provocatoriamente alla finestra il proprio nudo e crudo deretano. Un passante piuttosto imbarazzato ed incredulo gli urla: “Va’ là ca t’ho conossù al mè guersón!”.
Non è il caso di insistere con questa similitudine facilmente applicabile alla contingenza referendaria. Basti dire che gli italiani per questa volta (non è il caso di illudersi più di tanto) hanno colto nel segno e hanno capito che il governo dimostra di avere un occhio solo, ma oltre tutto che quest’occhio non serve a visionare i problemi ma a deridere e pernacchiare (sic!) chi li ha.
