Non c’è giorno della mia vita in cui non emerga, con più o meno forte risonanza, un insegnamento lasciatomi in preziosa eredità da mio padre. Chi mi conosce e mi frequenta me ne può dare atto perché spesso il ricordo rimbalza sugli altri, direttamente o indirettamente, straripa a livello d’ambiente, ricade sui miei interlocutori che, loro malgrado, si trovano a fare i conti con la filosofia spicciola di un uomo d’altri tempi. Quasi sempre il messaggio mantiene intatta la sua attualità, la sua abbondante dose di ironica, per non dire graffiante, provocazione, in una gustosa miscela di anticonformismo, radicalismo, anarchia, trasgressione etc: il tutto insaporito da una spruzzata di autentica parmigianità, molto soft, poco ostentata ma sottilmente e gradevolmente percettibile.
È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt al dventa un stuppid”.
Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza?
Da profondo conoscitore dei vizi della nostra società, anche di quelli piccoli che purtroppo preludono molto spesso a quelli grandi, con ostentato e quasi parodistico sarcasmo, buttava li certe spietate sentenze, che potrebbero far pensare a una punta di mentalità anarchica (non individualista): “In t’il lotarii a vensa sempor al fiol dl’organizator”. (dal libro “Mio padre” consultabile nella sezione “Libri” del presente sito)
Parto dall’educazione ricevuta per ammettere orgogliosamente come una venatura di anarchia sia presente nella mia mentalità. Ecco perché ho letto, con interesse e senza paura, della rivendicazione anarchica di «fuoco ai Giochi» e del fatto che Askatasuna intenda rilanciare la lotta e allargare il campo di battaglia: «Opposizione sociale al governo e contro le guerre», contro «la repressione del dissenso».
Dovrebbero essere i cavalli di battaglia della sinistra, che rimane invece abbarbicata ad una opposizione polemicamente sterile e politicamente debole: in mancanza di una strada per il dissenso politico-parlamentare, si aprono praterie per le lotte sociali.
Che i giochi olimpici, per come sono attualmente impostati e per come si è ridotto lo sport, altro non siano che una costosa e insulsa passerella per il sistema/regime e per le sue contraddizioni retoricamente mascherate, è cosa indiscutibile e quindi inaccettabile; che l’opposizione sociale al governo sia più che auspicabile è altrettanto indiscutibile; non parliamo di sacrosanta opposizione alle guerre e di rifiuto categorico della repressione in atto contro ogni robusta forma di dissenso.
Veniamo al metodo. Il rifiuto aprioristico della violenza dovrebbe essere categorico, ma purtroppo, quando manca la mediazione politica, è difficile incanalare correttamente le proteste che tendono a sfuggire di mano agli organizzatori. Non è giusto e opportuno esorcizzare le proteste al fine di evitare le violenze: è una tattica inutile anzi controproducente oltre che anti-democratica.
La sinistra non deve fiancheggiare le proteste, le deve sposare nei contenuti a livello di dialogo e di rappresentanza politica. Non si tratta di soffiare sul fuoco né di spegnerlo con accordi bipartisan, ma di cogliere dal calore proveniente dalle proteste le motivazioni di fondo per rispondere concretamente ad esse.
Per tentare questi approcci occorre grande sensibilità sociale e notevole capacità politica, qualità che mancano nella classe politica attuale. Non c’è però alternativa, pena lo spegnimento della democrazia assieme ai fuochi delle proteste sociali.
