Non so se conviene… Ma vai da Trump!

Faccio molta fatica a districarmi nei due emergenti gineprai internazionali, quello Venezuelano e quello Iraniano, su cui peraltro incombe la longa e infida manus di Donald Trump.

Ho cercato di farmi illuminare da due personaggi molto autorevoli (almeno sulla carta), vale a dire María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la Pace, e Mohammad-Reza Djalili, per anni docente di Scienze politiche e diplomatiche all’Institut de hautes études internationales di Ginevra, nonché autore di vari libri sul suo Paese d’origine, tra cui Géopolitique de l’Iran.

Mentre la prima spinge, il secondo frena.

Esattamente dieci giorni fa, dopo una serie di raid Usa su Caracas in cui è morta un’ottantina di persone, l’ormai ex leader Nicolás Maduro è stato catturato e portato di forza a New York per rispondere, insieme alla moglie Cilia Flores, di una serie di imputazioni per narcoterrorismo. L’azione sembrava finalizzata a defenestrare il chavismo, bersaglio principale, negli ultimi mesi, del presidente Donald Trump. La candidata più ovvia per guidare il “nuovo corso” appariva Machado, alleata dell’Amministrazione e amica personale del segretario di Stato, Marco Rubio. Dopo ore di incertezza, però, le parole del capo della Casa Bianca hanno ribaltato il quadro. «Alla donna gentile» ma priva «del rispetto del popolo» – così, con il suo solito stile, The Donald ha definito l’attivista, senza nemmeno nominarla –, gli Stati Uniti hanno preferito l’ex vice di Maduro, Delcy Rodríguez, designata presidente ad interim. È quest’ultima, da una settimana, a gestire la nuova fase di «collaborazione» con Washington, incentrata sul controllo da parte del vicino del Nord del petrolio nazionale. Machado è stata, almeno per ora, relegata in panchina. Ruolo che la “Lady di ferro del dissenso”, come la chiamano, non è disposta ad accettare. Per questo ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha, ripetutamente, ribadito la propria fiducia in Trump, a cui si è anche offerta di a cedere il Nobel. Simbolicamente, poiché il Comitato di Oslo ha precisato che il Premio non è trasferibile. Potrebbe consegnarglielo già domani quando si recherà alla Casa Bianca per vedere il presidente Usa. Lo ha annunciato lo stesso Trump su Truth e, nelle stesse ore, l’Amministrazione ha anche aperto a una riunione con la rivale Rodríguez. In questo scenario cangiante, i venezuelani attendono, ancora storditi, di comprendere cosa accadrà nel prossimo futuro. Il rischio escalation è alto. (“Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Machado è troppo schierata per essere operatrice di vera pace, troppo amica degli americani per essere credibile agli occhi dei venezuelani, troppo impegnata politicamente per svolgere un ruolo di intermediaria nella inquietante crisi venezuelana. Stupisce che papa Leone XIV faccia il tifo per lei: Prevost parla molto bene, ma quando dalle parole passa ai gesti politici non ne azzecca una (urge la nomina di un segretario di Stato vaticano con i cosiddetti). Per chi, come il sottoscritto, nutriva maliziosi dubbi filo-americani sulla nomina di papa Leone, viene spontaneo dedurre dall’asse Prevost-Machado un timido (?) tentativo di interloquire con Donald Trump. Non voglio demonizzare il presidente statunitense, ma faccio molta fatica a pensare che il Padre Eterno riesca a scrivere dritto sulle righe storte trumpiane. Ho la netta impressione che, se i venezuelani si aspettano di uscire dal tunnel sotto la guida di questo problematico connubio vatican-machadiano, rischiano di cadere dalla padella maduriana alla brace trumpiana.

Passo al ginepraio iraniano.

Mohammad-Reza Djalili afferma: «Un intervento straniero militare sarebbe controproducente, soprattutto se dovesse prolungarsi nel tempo. Il rischio di un intervento americano, o israelo-americano, sarebbe poco apprezzato in Iran. A meno che non avvenga in maniera ultrarapida e minimalista con l’obiettivo di fiaccare le difese del regime, magari colpendo centri nevralgici oppure attraverso l’eliminazione di alcune personalità al vertice. Mai però avventurarsi in conflitti di più lunga durata che rischiano di provocare un elevato numero di vittime. So che Trump terrà nelle prossime ore un briefing per esporre le diverse opzioni, ma vorrei ricordare che l’Iran non è il Venezuela e Teheran non si trova sul mare». (dall’intervista rilasciata ad “Avvenire” – Camille Eid)

Apprezzo la prudenza di questo illustre personaggio. Diffido di Donald Trump ancor più se lo vedo in combutta con Netanyahu. Non vorrei essere nei panni degli iraniani: da una parte l’oppressione del fanatismo islamico, dall’altra parte la prospettiva di un colonialismo magari di lusso, ma sempre colonialismo rimane.

In entrambi i gineprai di cui sopra il problema di fondo è la mancanza di un gruppo dirigente alternativo rispetto agli attuali regimi: la transizione democratica non è possibile portarla avanti dall’esterno anche dimenticando gli sporchi interessi economici che la condizionano e la rovinano in partenza.

Se nutro seri dubbi sulla capacità politico-democratica di María Corina Machado, figuriamoci se posso aver fiducia di un ambiguo principe Reza Pahlavi in versione Lazzaro. E allora? Affidarsi all’estemporanea verve di Trump è una tentazione tremenda. Lasciare le cose come stanno è sbagliato. Intromettersi o restarne fuori? La Machado ha pensato bene di appoggiarsi al Vaticano, sempre meglio uno sprovveduto Roberto Prevost di un tartufesco Marco Rubio. Mohammad-Reza Djalili ritiene opportuno fare un po’ di melina socio-culturale in attesa che si chiarisca il fronte anti-pasdaran. Trump sta buttando dei sassi negli stagni per poter pescare nel torbido. Prima che l’acqua diventi se non potabile almeno balneabile ci vorrà del tempo…forse ci vorranno dei morti, come sta già succedendo (12.000 morti nelle proteste in Iran). Non si può mettere a soqquadro il mondo senza un filo logico se non quello di avere meri e forse anche precari tornaconti economici. Sarebbe d’obbligo fermare questo delinquente professionista nonché politico dilettante allo sbaraglio.

D’altra parte, udite-udite cosa sta succedendo a Gaza: “Il cessate il fuoco è iniziato a inizio ottobre 2025, ma da allora oltre 100 bambini sono stati uccisi a Gaza, circa uno al giorno, e centinaia sono rimasti feriti. Numeri che “parlano” solo degli incidenti per i quali sono disponibili dettagli sufficienti per essere registrati, quindi si stima che il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi sia più alto. La denuncia arriva dall’Unicef attraverso il suo portavoce James Elder”.

Ed è soltanto una tregua, chissà cosa succederà in caso di pace. Trump: il perseguimento della pace non è il suo forte. Dimenticavo…è sempre e comunque tutto colpa di Hamas. Venezuela, Iran e Groenlandia sono avvisati. Il mondo è in pericolo: ci toccherà rimpiangere Maduro e Khameney. E per la Groenlandia cosa farà la Ue? Ci penserà Tajani, lui sì che se ne intende…