“Un toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali l’avevano soccorsa (?) nei momenti difficili della sua vita salvo fargliela pagare in termini di umiliazione morale. Questa cinica filosofia dell’aiuto si attaglia perfettamente al pensiero e al comportamento di Donald Trump adottato nei confronti dell’universo mondo.
Credo che a livello personale subire il continuo rinfacciamento degli aiuti ricevuti in passato, la minaccia di non riceverne più in futuro, il ricatto messo alla base dei rapporti siano il peggior modo di convivere: meglio rinchiudersi nella propria situazione di difficoltà anche estrema piuttosto che adattarsi ad una simile prospettiva di malessere relazionale.
L’Europa ha tutti i difetti di questo mondo, ma essere trattata a pesci in faccia da un ignorante, presuntuoso, violento alleato non è minimamente accettabile. I casi sono due: o si accetta obtorto collo la spada di Trump sul capo oppure si reagisce lavorando sodo per ottenere autonomia e indipendenza.
Ho sentito dire che tutto il mal non vien per nuocere, nel senso che gli attacchi trumpiani dovrebbero scuotere i Paesi europei e consigliare loro un orgoglioso scatto verso l’unità e il riscatto dalla dipendenza americana. Non sarà facile, ma non vedo alternativa. Sopportare il clima instaurato da Trump non è possibile. Costerà molti sacrifici, ma è meglio mangiare un pezzo di pane in casa propria che gustare il companatico in casa di chi ti tratta da cane.
Si dirà che questi ragionamenti sono dettati dalle emozioni del momento e non da razionali analisi politiche: sono stanco di una politica che calpesta i sentimenti. Marco Travaglio sostiene che gli Usa si siano sempre mossi in questa logica e che la differenza consista soltanto nel fatto che Trump dice fuori dai denti quel che i suoi predecessori pensavano e sotto-sotto comunque imponevano. Può essere in parte vero. Ciò non toglie che tutto ha un limite…
Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe frasi, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Intendeva rinviare ogni valutazione all’espressione e al modo di porgere: quello appunto che finisce col portare alla musica. E la musica si è fatta inascoltabile, insopportabile e pericolosa.
Sta saltando tutto: i valori non contano nulla, i principi sono fatti apposta per essere calpestati, nemmeno gli interessi vengono rispettati. Allora bisogna ripartire da zero, dai sentimenti, dalle emozioni, dai brividi, dai tremori. Bisogna cioè farsi coraggio e ricominciare da capo.
Non mi illudo, ma ho colto con grande piacere le parole del premier canadese: Europa e Canada sono i bersagli preferiti e principali dell’offensiva statunitense. Mi trovo perfettamente d’accordo con lui. Era ora che qualcuno cercasse di alzare il capo, di farsi coraggio e di fare coraggio. Come minimo sta cercando di ripartire dagli interessi: meglio di niente…. Carney sta traducendo le sacrosante emozioni in sfida politica ed economica: una bella sfida nella sfida!
Non è stato il solito discorso diplomatico. L’intervento di Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum ha segnato quello che molti osservatori definiscono un punto di non ritorno per la politica estera occidentale. Parlando a una platea gremita, Carney ha ricevuto una rara standing ovation dai leader globali per aver dichiarato senza mezzi termini la “fine dell’ordine internazionale basato sulle regole” e l’inizio di una “realtà brutale” per le medie potenze.
Il cuore del discorso, che ha rimbalzato freneticamente su X e sulle testate di tutto il mondo, è stato un appello alle “medie potenze” affinché si uniscano per non essere schiacciate dalla rivalità tra grandi superpotenze (un riferimento implicito ma chiarissimo agli Stati Uniti di Donald Trump e alla Cina).
La frase che è diventata immediatamente virale sui social media riassume perfettamente il nuovo approccio pragmatico canadese: “Le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù”.
Carney ha avvertito che l’integrazione economica, un tempo vista come garanzia di pace, viene ora usata come “arma” attraverso dazi e coercizione finanziaria. “La nostalgia non è una strategia”, e ha invitato l’Europa e gli altri alleati a costruire una “autonomia strategica”.
L’attenzione in Europa è stata altissima, con le principali testate che hanno letto nelle parole di Carney un manifesto per la sopravvivenza dell’Europa stessa. In Francia, Le Monde ha collegato direttamente le parole di Carney al clima di tensione transatlantica, notando come il discorso abbia fatto eco all’intervento del Presidente Macron, il quale ha ribadito di preferire “il rispetto ai bulli”. Nel Regno Unito, e va ricordato che Carney è stato per anni governatore della Bank of England, la Bbc ha posto l’accento sulla franchezza di Carney nel dichiarare che “il vecchio ordine non tornerà”, un messaggio che ha risuonato forte a Londra, dove le conseguenze del post-Brexit si intrecciano con la necessità di nuove alleanze. Negli Stati Uniti, il New York Times ha parlato di un Canada che “mostra i muscoli” (Canada Flexes), descrivendo il discorso come un netto “rimprovero al primato statunitense” e la presa d’atto della fine della Pax Americana.
Sui social network, l’hashtag #Davos2026 è stato dominato dagli estratti video di Carney. Molti utenti e analisti su X hanno definito l’intervento come “uno dei discorsi più consequenziali di un leader globale negli ultimi anni”. Il dettaglio più commentato è stata la reazione della sala. È raro che un discorso politico a Davos riceva una standing ovation così calorosa, un segnale interpretato dagli utenti come un tacito consenso dell’élite globale verso la necessità di un’alternativa all’unilateralismo americano. Su Reddit, in particolare nel thread di r/IRstudies (Studi sulle Relazioni Internazionali), il discorso è stato definito “eccezionale” per la sua chiarezza strategica, con molti utenti che hanno apprezzato il rifiuto di Carney di usare la solita retorica diplomatica vuota.
Il discorso di Mark Carney ha cristallizzato un sentimento diffuso ma spesso taciuto nelle cancellerie europee: la consapevolezza che l’era della protezione automatica americana è finita. Come ha notato la Cbc canadese, questo intervento pone il Canada (e potenzialmente l’Europa) non più come spettatore, ma come architetto di una “terza via” tra i blocchi di potere. (redazione adnkronos)
